Sarzana, che Botta!

« Mi rivolto dunque siamo »

Albert Camus


Variante Botta: interessi privati, imbarazzi pubblici. Voglia di dimenticare

commento di Carlo Ruocco
Nel corso di un dibattito sul risparmio energetico in occasione dell’Expoenergie in piazza Matteotti l’architetto Giuliano Bosco ha lamentato che l’ufficio tecnico di Sarzana non accoglie progetti di costruzioni in legno, neppure se rivestite di intonaco ligure, sebbene siano al top del risparmio energetico. Avendo fatto ironicamente notare che a Sarzana le norme edilizie possono essere derogate solo se l’architetto è di fama mondiale e il committente sono le cooperative, come dimostra il Piano Botta, mi sono preso la replica stizzita dell’assessore ai lavori pubblici Massimo Baudone. “Basta parlare sempre del piano Botta. Ormai è stato approvato. Capitolo chiuso”.
L’insofferenza nel sentir riproporre lo scempio architettonico e di legalità connesso alla Variante nasconde il disagio di chi sa di non poter difendere l’indifendibile.
 A Botta (e alle cooperative) è stato concesso di violare le norme tecniche edilizie vigenti: facciate a intonaco con colori della tradizione ligure, tetti a falda o capanna. Regole imposte dalla Regione Liguria nel PRG di Sarzana per difendere canoni paesaggistici (articolo 9 della Costituzione: la Repubblica tutela il paesaggio). Le cooperative hanno presentato i nuovi disegni e le norme sono state cambiate!
Mentre ai comuni cittadini e agli architetti locali non viene concesso di costruire in legno l’involucro di una casa (al top anche nella sicurezza sismica), al colosso delle cooperative è consentito di realizzare in via Muccini e piazza Terzi architetture del tutto estranee alla nostra tradizione urbanistica. Perché si è deciso di cambiare la “facciata” della zona ovest della città? Non ci è stato mai spiegato. Non è motivato nelle carte. Quando nelle prime assemblee del Comitato “Sarzana, che botta!” qualche giovane navigatore di Internet faceva notare che Unieco ( colosso nazionale dell’edilizia) possiede a Fosdondo di Reggio Emilia una fornace che produce mattoni “facciavista”, veniva severamente redarguito dagli amministratori: “Sono insinuazioni inaccettabili di cui potreste rispondere”.
Per rigettare le insinuazioni c’era un modo semplice semplice: motivare la scelta. Invece nello screening di Valutazione d’impatto ambientale, redatto da tecnici di fiducia delle cooperative e non dell’amministrazione, per rigettare le insinuazioni si è scritta una grande corbelleria: non ci sarà impatto sull’inquinamento da trasporto, perché tutti i materiali saranno di produzione locale. La Regione ha fatto finta di crederci, anche se le fornaci della Val di Magra sono chiuse da decenni.
Del Piano Botta non si deve più parlare, perché imbarazza, perché è “figlio della colpa”: la colpa di aver subordinato il consiglio comunale e la città agli interessi di un grosso gruppo economico-finanziario, di aver occultato il preminente interesse privato a operare la Variante con un presunto interesse pubblico per la “riqualificazione di piazza Terzi e dell’area ferroviaria”, quando le cifre della relazione finanziaria facevano subodorare il bleuff , oggi palese.
Come abbiamo ampiamente documentato (e nessuno ha mai smentito) il privato ha deciso e il Comune si è adeguato. Del Piano Botta non si vuole più parlare perché si dovrebbe parlare di democrazia, di uguaglianza di fronte alle leggi, di territorio come Bene Comune, di rendita privata e di diritti pubblici, di compatibilità finanziaria.  Concetti ostici alla destra italiana, che ormai imbarazzano la sinistra.


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Data
sabato, 30 giugno 2012

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