Sarzana, che Botta!

« Quando il cittadino è passivo è la democrazia che s’ammala »

Alexis de Tocqueville


Un libro su piazza Brin: quando uno spazio pubblico è cuore della città

Una piazza è fonte d’identità. Alla Spezia Piazza Brin è stata il “cuore urbano”. A questo cuore, che in un secolo e mezzo ha registrato i mutamenti sociali della città, due sociologhe Francesca Alfonzetti e Claudia Fregosi hanno dedicato una ricerca, che affronta le trasformazioni recenti del quartiere più famoso della Spezia, il quartiere umbertino, che ha accompagnato la crescita della città con l’avvento dell’Arsenale Militare. La ricerca è diventata un libro per i tipi delle Edizioni ETS di Pisa. La prefazione del professor Silvano D’Alto introduce allo studio facendo ripercorrere al lettore le tappe della trasformazione della piazza legandola alla trasformazione della città. Ebbene Piazza Brin è veramente fonte d’identità urbana. Annota D’Alto: <Piazza Brin è un cuore urbano. Non una semplice piazza di quartiere. E’ una componente essenziale del senso urbano della Spezia. Se togli Piazza Brin, alla città manca una parte consistente della sua energia creatrice di vita urbana>.

Un'immagine storica di piazza Brin

Non a caso la piazza è talmente “cuore urbano” da dare il nome al quartiere, oscurando la denominazione storica-urbanistica-amministrativa di quartiere “umbertino” per indicare l’epoca di costruzione dei palazzi.
Scrive ancora D’Alto: <Piazza Brin è stata, fin dalle origini, la periferia che è anche città….. Se parti dai giardini pubblici, dalla parte del mare, e cominci a percorrere l’asse urbano di via Cavour verso monte, sai che non stai andando verso la periferia, ma verso piazza Brin: verso un’identità conosciuta. Lì trovavi, e ancora trovi, un mondo fertile di realtà sociali compositi e contrapposte>.
E proprio su queste realtà sociali composite e contrapposte le ricercatrici Alfonzetti e Fregosi hanno puntato la loro analisi partendo da una ricostruzione storica dello sviluppo urbanistico della Spezia tra Settecento e Ottocento. Ventisei pagine che accompagnano il lettore dal tempo dell’immigrazione legata all’Arsenale, che nel “quartiere operaio” dedicato a re Umberto I trova accoglienza, alle nuove immigrazioni soprattutto latinoamericane, che hanno trasformato il quartiere anche con tensioni sociali a tratti molto forti, ponendo un problema di integrazione.
La scelta dell’Amministrazione comunale spezzina di ristrutturare la piazza, di darle un nuovo volto, per favorire una nuova accoglienza cerca di rispondere a questa esigenza d’integrazione sociale, resistutire alla piazza la sua vocazione di spazio urbano pubblico, luogo d’incontro anche di storie diverse, come lo è stato in un secolo e mezzo di storia con i suoi ampi portici, i giardini, le panchine all’ombra di piante ormai quasi secolari.

La "piazza" coperta di Botta. Una galleria di 60 metri.

Le lettura della prefazione di D’Alto e dello studio fa sorgere spontanea una domanda: perché i nostri amministratori non pensano più agli spazi pubblici? Perché gli architetti non pensano più a curare gli spazi pubblici. Mi è venuto spontaneo un raffronto con la “piazza coperta” di Mario Botta, progettata per piazza Terzi, al posto del vecchio mercato ortofrutticolo, luogo – quello sì – d’incontro pubblico, di scambio economico pubblico. La “piazza” disegnata da Botta tra due palazzi di quattro piani lunghi sessanta metri,  è uno spazio, un “tunnel” destinato ad essere subito privatizzato, a divenire luogo di commercio non d’incontro, una “piazza” senza respiro spaziale.

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Data
venerdì, 13 aprile 2012

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