Sarzana, che Botta!

« Tutte le scelte collettive dovranno venire presentate e discusse con una procedura razionale e con argomenti in se stessi reversibili, perchè la minoranza deve venire rispettata in quanto a sua volta maggioranza virtuale »

Marco Romano


Consumo di suolo: allarme degli urbanisti, si cementifica troppo

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di Silvia Minozzi

Un impressionate documento, pubblicato su Eddyburg, 18 novembre 2009 (link) da Paolo Berdini, denuncia che il consumo di suolo in Italia, cioè l’edificazione a scopi industriali, commerciali o abitativi, sta raggiungendo cifre impressionanti: dai dati ISTAT relativi alle volumetrie realizzate negli anni 1995-2006, e sicuramente sottostimate, si ricava che :

Abitazioni: Sono state costruite quasi 9 milioni di stanze per abitazione (8.897.959 corrispondenti a 1.122.043.692 metri cubi realizzati).

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Alle stanze di nuova costruzione vanno aggiunte quelle realizzate attraverso ampliamento di edifici esistenti, pari a oltre un milione (1.043 mila). Si arriva in totale a circa 10 milioni di stanze.

Questa enorme offerta non ha alcuna relazione con l’aumento della domanda.

La popolazione italiana, dopo una sostanziale stasi in tutto il decennio 1990-2000, ha iniziato a crescere con tassi molto modesti soltanto per l’apporto della popolazione straniera. Il milione 900 mila abitanti di incremento demografico registrato dal 1995 al 2006 è rappresentato quasi esclusivamente dagli immigrati, persone che, salvo eccezioni, non hanno la minima possibilità di accesso alle abitazioni costruite nel quindicennio. Soltanto l’1% di queste, infatti, è costituito da alloggi pubblici: tutto il resto sono abitazioni private.

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Risulta dunque evidente che l’enorme mole di costruzioni realizzate non ha alcuna corrispondenza con la domanda, ma è evidentemente legata ad altri fattori. Sono stati costruiti 562.885 edifici; le abitazioni fino a due piani rappresentano percentualmente il 52,1% dell’intera produzione edilizia. L’impronta a terra dell’edificio medio di 2.000 metri cubi è pari a circa 290 metri quadrati. Il territorio fondiario consumato dai 562.885 edifici è dunque pari a circa 130.600 ettari. Per tener conto delle urbanizzazioni primarie, dei servizi e dei parcheggi, si devono aggiungere 196 mila ettari. Si arriva così a 326 mila ettari di territorio consumato. Si deve infine aggiungere al dato stimato una percentuale relativa all’abusivismo.

In totale, la quantità di territorio consumata nel periodo 1995 – 2006 dal comparto residenziale è stimata pari a circa 390 mila ettari.

Comparto produttivo: l’Istat certifica che sono stati realizzati 246.451.984 metri quadrati di manufatti produttivi. Soltanto con la realizzazione dei capannoni sono stati dunque consumati 24.645 ettari di terreno. Per tenere conto delle strade di allacciamento e di distribuzione e dei parcheggi va raddoppiata la precedente quantità. In complesso il consumo territoriale di suolo delle nuove costruzioni è di 164.300 ettari. Gli ampliamenti degli edifici produttivi esistenti hanno occupato ulteriori 45.974.441 metri quadrati. Tenendo conto dell’incremento per le urbanizzazioni primarie (anche in questo caso si è utilizzato un parametro di aumento del 100%) si raggiunge il valore di 10.000 ettari. Alla somma dei due precedenti valori (173.500 ettari) si deve ancora aggiungere una percentuale del 20% per tener conto dell’abusivismo, e cioè altri 34.700 ettari.

In totale, il consumo di suolo per il comparto produttivo è stimato pari a circa 210 mila ettari.

Infrastrutture : strade, autostrade, ferrovie. Il calcolo del consumo di suolo causato dalla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali realizzate negli undici anni considerati non può fare affidamento su alcun dato statistico. Per stimarlo si è operato sui valori della larghezza standard degli impalcati infrastrutturali per le tipologie ferroviarie e per quelle autostradali o stradali. Il parametro lunghezza è stato calcolato sulle opere realizzate in questi anni.

Il consumo di suolo per la realizzazione delle infrastrutture è stato stimato di circa 150 mila ettari.

La somma del consumo di suolo residenziale, di quello produttivo e di quello infrastrutturale porta ad un valore di 750 mila ettari.

Ciò vuol dire che, se si tolgono le aree già urbanizzate,

in undici anni è stata coperta dal cemento e dall’asfalto una regione grande quanto l’Umbria

e che ogni anno sparisce per lo stesso motivo l’intero comune di Ravenna.

E’ possibile fare qualcosa?

L’associazione Stop al consumo di suolo è da tempo una realtà in crescita e l’adesione all’appello conta un sempre maggiore numero di contatti1.

All’associazione partecipano AltritAsti , Gruppo P.E.A.C.E. Pace, Economie Alternative, Consumi

Etici, Movimento per la Decrescita Felice, AltrItalialtroMondo, Eddyburg, Associazione dei

Comuni Virtuosi. Insieme a questa rete di amministrazioni pubbliche e comitati, anche le grandi

associazioni ambientaliste e culturali sono impegnate nel contrastare la distruzione dei beni naturali

e la riduzione della biodiversità. WWF, Fai, Italia Nostra, Comitato per la Bellezza e Legambiente

sono concretamente impegnate nel contenere la dilagante espansione urbana.

Edoardo Salzano, nel suo editoriale pubblicato su Eddyburg il 18 dicembre (link) ribadisce che è necessario fare ricorso alla pianificazione territoriale e urbanistica la quale deve stabilire le quantità di ulteriore edificazione ammissibile in relazione a chiari parametri di necessità sociale, e limiti invalicabili all’espansione delle città. La pianificazione urbanistica a livello locale deve a sua volta, rispettando i limiti posti dalla pianificazione d’area vasta, tracciare sul territorio il limite che separa la città dalla campagna, l’urbano dal non urbano né urbanizzabile: un limite invalicabile, rigorosamente vigilato.

Città compatta però non significa città fatta solo di case e strade. Una densità ragionevole si può raggiungere senza la necessità di costruire grattacieli e riservando metà dell’area a verde e spazi aperti non asfaltati. Riportare la natura in città non è quindi solo una misura essenziale per il benessere dei cittadini, è anche un modo concreto di lottare contro lo sprawl.

Salzano sottolinea anche che Occorrono provvedimenti statali e regionali che, sulla base di chiari indirizzi politici volti a contrastare gli sprechi, finanzino i comuni virtuosi e disincentivino quelli che non accettino di contenere l’espansione edilizia e non riducono gli sprechi

Infine, conclude Salzano, esistono in ogni comune e in ogni territorio vaste aree urbanizzate e non utilizzate: dalle caserme alle zone industriali semivuote, alle fabbriche obsolete ai servizi trasferiti altrove, dalle zone urbane degradate o compromesse dall’abusivismo. Tutte possibilità di trasformazione e ri-utilizzazione su cui è possibile impegnare le intelligenze e le capacità professionali dei tecnici, e le risorse follemente impiegate nelle devastanti Grandi opere, inutili a tutti fuorché alla crescita dell’Ego dei promotori (primi ministri o sindaci che siano) e a quella del conto in banca di quanti approfittano del banchetto.

Come e dove si colloca Sarzana con il progetto Botta, il progetto Tavolara, il progetto Marinella, all’interno di questo discorso? Non forse tra i Comuni che lo Stato dovrebbe disincentivare?

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Data
domenica, 17 gennaio 2010

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