Sarzana, che Botta!

« Il diritto alla città non è soltanto un diritto all’accesso di quanto già esiste, ma il diritto di cambiarlo. Noi dobbiamo essere certi di poter vivere con le nostre creazioni. Ma il diritto di ri-fare sé stessi attraverso la creazione di tipi qualitativamente differenti di socialità urbana è uno dei più preziosi diritti umani »

Harvey(2003)


Sviluppo insostenibile: così Sarzana perde la propria identità

di Roberto Mazza

Come possiamo interpretare questa sorta di autolesionismo collettivo che ci vede danneggiare quel grandioso patrimonio comune che è il paesaggio italiano? Si tratta di  una enorme ricchezza di cui sembriamo diventati inconsapevoli. Il paesaggio rappresenta la memoria storica delle vicissitudini di un luogo, della sua cultura e dell’evoluzione lenta e naturale delle cose. Esemplare – nel suo significato comunemente attribuitogli – di “bellezza naturale”, dove le forme, i colori, la conformazione e le diversità dei territori, la profondità degli spazi, le “misurate costruzioni” aderenti al contesto, testimoniamo un rapporto gentile e rispettoso tra uomo e natura. I paesaggi italiani pressoché inalterati per migliaia di anni (e ritratti da secoli come modelli del “bello in natura”) si sono avviati ad un progressivo degrado non solo estetico-percettivo, ma anche culturale e sociale, negli ultimi 40 anni. Da 10 stanno subendo una trasformazione accelerata, irragionevole e pericolosa. Un’aggressione al contesto mai vista.

Dal 2001 al 2007 sono stati prodotti in italia 2.2 miliardi di metri cubi di edilizia residenziale e non residenziale, con nuove costruzioni o ampliamenti dell’esistente (dati Cresme Ricerche, Istat 2007).

Le cause? Il mercato immobiliare, la speculazione dilagante, la perdita del senso civico, i cronici disavanzi delle amministrazioni, costrette a contare sugli oneri di urbanizzazione; la subalternità della cultura dei luoghi e della sensibilità paesaggistica alle logiche dei privati; l’inarrestabile sviluppo di insediamenti produttivi – spesso irrazionali; l’incapacità di difendere i luoghi d’eccellenza. La diffusa credenza che ormai solo la casa  (o “il mattone”) sia un investimento affidabile.

Quali saranno i rischi e gli effetti nel tempo dell’eccessivo consumo  del territorio? In primis la trasformazione irreversibile del paesaggio, ma non solo. La riduzione dei terreni, la crescente omologazione di spazi urbani e non urbani appiattirà le differenze, mostrando sempre più un paesaggio di case e capannoni industriali in una triste continuità tra città, borghi e campagne che – insieme alla congestione dei luoghi, alla visibile riduzione qualitativa delle costruzioni, all’aumento vertiginoso del traffico veicolare – avrà effetti negativi sulla qualità della vita, oltre che sul mercato turistico – un’importante area dello sviluppo economico futuro. Avrà conseguenze anche sul nostro benessere psicologico, visto che tutti amiamo i paesaggi e, almeno sulla carta, vorremmo preservarli. Un’ indagine Censis del 2003 rivela (se mai ve ne fosse stato bisogno) che il 52% degli italiani acquisterebbe un immobile in un paesaggio di qualità per “il fascino che deriva dall’abitare la storia”. In generale l’opinione pubblica (85% degli intervistati) è favorevole ad un investimento dello Stato e degli Enti Locali per una riqualificazione del paesaggio e per il recupero del patrimonio edilizio storico”.

Cosa è successo nella vallata del Magra? La violenza al territorio, al patrimonio ambientale, storico e culturale è stata fortissima a partire dagli anni sessanta: Allora forse ancora inconsapevole, ma purtroppo irreversibile (edificazione sui fossati storici, costruzioni sulla spiaggia di Marinella e Fiumaretta, Luni Mare), fino alle più recenti involute e purtroppo coscienti “varianti di varianti”, per costruire villettopoli e “nuovi quartieri” in aree un tempo agricole. Le più recenti varianti ai piani regolatori riguardano aree considerate erroneamente “dismesse”, “degradate”, “non utilizzate” e quindi inutili e da “rivalorizzare”…..Non è stato cosi in città con tradizioni e amore per la loro storia, si pensi a Lucca.

Sarzana è ormai “assediata” dai centri commerciali. La vecchia campagna e i terreni agricoli, collocati tra fiume e città, occupati da capannoni industriali che soffocano il centro storico caratterizzandone l’accesso. Un fenomeno, si direbbe, inarrestabile che, dopo aver invaso totalmente la Variante Aurelia, sembra estendersi aprendo un pericoloso varco verso viale xxv aprile. Area, forse considerata anch’essa degradata, che lascia il posto ai nuovi e sempre più improduttivi autosaloni, dimenticando il fiume, il verde e le piste ciclabili, su cui i francesi puntano tutto giocandosi, con anni di anticipo rispetto a noi, un diverso futuro.

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Data
sabato, 17 ottobre 2009

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2 commenti per “Sviluppo insostenibile: così Sarzana perde la propria identità”


  1. Fabio scrive:

    Sarzana, nn me la rovinate. ho sofferto da matti quando sono dovuto venire ad abitare a spezia. E soffro ogni volta ke torno a Sarzana, cercando gli anfratti d via fiasella, gli odori d via mascardi, le nuvole ke coprono il lato dx della citadella. Ma purtroppo spesso nn la riconosco +. Fermatevi! già l ultima volta son entrato in un bar ke nn faccio il nome, CENTRALE, e nn l ho riconosciuto, ne hanno tolto un pezzo! Era enorme, ora sembra il vekkio TRONFI, ma Tronfi aveva i biliardi…..

  2. Laura Lazzarini scrive:

    Trovo il commento di Fabio commovente… Il timore di perdere (oltre alla Sarzana che non si è potuto portar dietro nel trasloco nella “lontana” Spezia) il paesaggio interiore è espresso in maniera simpaticamente nostalgica.
    Mazza parla di autolesionismo collettivo all’inizio del suo scritto… Credo che si debba piuttosto parlare di amministratori (per i motivi ben dettagliati qui sopra) che approfittano della disattenzione e della stanchezza della gente. Ben vengano preghiere come quella di Fabio, a significare che qualcuno attento c’è. Anzi, molti.
    Ciao Roberto



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