Sarzana, che Botta!

« Mi rivolto dunque siamo »

Albert Camus


La testimonianza svizzera di Fabrizio Dei

In Europa i concorsi sono una garanzia di qualità e trasparenza. Anche i grandi architetti vi partecipano.

Fabrizio Dei vive in Svizzera da oltre 20 anni. In questo contributo ci descrive un concorso pubblico per architetti svoltosi a San Gallo, la città dove vive, e rivolge un appello finale affinché anche a Sarzana gli architetti, soprattutto i giovani, rivendichino l’attuazione dei concorsi per i progetti di pubblico interesse.

In Svizzera, come in tutte le nazioni europee a forte tradizione democratica, i concorsi sono la norma e gli architetti, siano essi giovani promesse o affermate “archistar”, se vogliono realizzare progetti di una certa importanza devono partecipare e vincerli. I concorsi soddisfano non solo al requisito della trasparenza, ma danno anche più garanzie sulla qualità dei progetti da attuare e sulla loro aderenza alle esigenze della città.

A San Gallo tutti i diversi piani e le motivazioni della graduatoria finale vengono esposti, pubblicati a cura dell’Amministrazione e sono di dominio pubblico. Per il progetto in questione, l’area esterna alla stazione ferroviaria della città, sono stati premiati i primi cinque classificati. Al vincitore sono andati 50.000 Franchi Svizzeri (circa 33.000 Euro).

Il confronto con Sarzana sorge spontaneo: nessun concorso, nessuna cernita tra un gruppo di proposte.

Inoltre l’Amministrazione ha deciso di conferire all’architetto Mario Botta il titolo di Alto Consulente malgrado egli sia anche il progettista della società privata che costruisce nell’area (vedi in proposito il testo della delibera QUI).

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I concorsi sono necessari

Fabrizio Dei

Un paio di giorni fa a San Gallo (Svizzera) sono andato a visitare l’esposizione del concorso per la sistemazione delle aree esterne alla stazione ferroviaria. Inutile dirvi quanto sia bello vedere, in un salone delle Poste della città, i disegni appesi, i modelli dei vari progetti e la gente intorno che osserva e discute.

Si entra nella mostra come in un luogo di lavoro. Piante, alzati e modellazioni sono esposte con ordine su pannelli di legno. Le scale di esecuzione dei disegni sono uguali per tutti e quasi sempre rispettate. Si possono fare agevolmente i confronti. I modelli, tutti rigorosamente bianchi, sono realizzati su una base anch’essa comune a tutti. Non vi sono furbizie, non servirebbero. Il pubblico guarda con interesse e umiltà. La lettura di un piano richiede pazienza e rende inutili i commenti banali. Capito proprio quando un architetto dell’Amministrazione della città spiega a un gruppo organizzato i diversi progetti. Ascolto osservazioni pertinenti. La gente, anche se profana, capisce e commenta. E parla a voce bassa.

L’area del progetto è sede di centri commerciali, scuole, uffici. Vi passano tutte le linee degli autobus, le ferrovie locali in direzione dell’Appenzell, i mezzi privati e i taxi. La gente, specie nelle ore di punta, è tanta e va di fretta. La stazione è anche uno spazio pubblico per eccellenza. Qui il sindacato diffonde i volantini, l’Esercito della Salvezza organizza comizi contro l’alcolismo, le organizzazioni per i disabili chiedono solidarietà e rivendicano diritti. Qui, su banchetti improvvisati, si raccolgono firme per petizioni su tutto, oppure si fa pubblicità commerciale. Un cartello ben visibile indica il “Treffpunkt”, il luogo degli appuntamenti. In Italia si dice: “Ci vediamo davanti all’edicola”. Qui passavano il tempo libero i nostri connazionali immigrati. Vi si incontra l’umanità più varia, dai manager con la valigetta e il pacco dei giornali fino al disoccupato affidato all’assistenza sociale, lo sguardo nel vuoto, intento a far finta di niente. Anche tutto questo deve trovare un posto nel progetto finale.

I diversi progetti in gara rivelano letture dello spazio molto diverse fra loro, segno che il tema del concorso, mettere ordine in quest’area nevralgica, è difficile. Vanno decisi sottopassaggi, tettoie, pensiline, marciapiedi, aree di sosta e vie di transito. Organizzare lo spazio, ripartire percorsi e superfici, dedicarsi al “vuoto” e non solo al “pieno” è un aspetto importante della progettazione architettonica. Chi non ne capisce l’importanza è un incolto.

In Svizzera si fanno di frequente i concorsi e gli architetti, se vogliono realizzare qualche progetto significativo ed essere segnalati o farsi conoscere, devono farli e se possibile classificarsi bene. Nel progetto in questione il premio al vincitore è di 50.000 CHF, fino ai 15.000 CHF del quinto classificato. Tutti i progetti e le motivazioni della graduatoria finale vengono pubblicati nell’opuscolo a cura dell’Amministrazione e sono di dominio pubblico.

Da noi in Italia è tutto diverso. Da noi gli architetti stranieri, specie se sono “star” o ritenute tali, trovano in genere la vita più facile. A causa della nostra radicata esterofilia, noi tutti, normali cittadini, committenti e amministrazioni ci facciamo sedurre con poco e offriamo loro, indipendentemente da quello che fanno, un’attenzione e soprattutto una libertà d’azione che nei loro paesi non avrebbero mai. Da noi l’Amministrazione che decide di affidare la progettazione di un’area ad un concorso pubblico è “coraggiosa” e viene (giustamente) elogiata; mentre fare i concorsi, per la parte pubblica, dovrebbe essere la regola.

La definizione delle diverse aree del progetto, il tema principale del cosiddetto “Piano Piarulli”, sarebbe stato meglio farlo diventare il tema di un concorso specifico. In tutta l’area del progetto Botta esistono ora seri problemi di organizzazione dello spazio, la cosiddetta “viabilità” non appare risolta. Un concorso dovrebbe essere fatto anche per almeno parte degli edifici e degli interventi all’interno dell’area. Gli indici di edificabilità saranno anche alti, ma questo non può diventare una scusa. Dipende da come si costruisce! Con un indice alto, le tipologie formaliste dell’Arch. Botta sono le meno adatte, perché ingombrano molto rispetto al costruito effettivo. Gli edifici dell’Arch. Piarulli, dall’aspetto più domestico, più dimesso, ma più compatte, appaiono meno invasive, più contestuali, pur avendo, il costruito, le stesse cubature. Un confronto fra diverse proposte in gara sarebbe il modo migliore per trovare le soluzioni più appropriate.

I concorsi servono perché: 1) tutelano la trasparenza; 2) consentono confronti fra diverse soluzioni che contemplino l’accordo fra gli interessi privati e quelli generali della città; 3) danno maggiori garanzie sulla buona qualità del progetto da realizzare; 4) danno l’opportunità agli architetti locali di dimostrare quello che sanno fare, specie ai giovani. Per trovare energie creative non serve andare sempre all’estero!

Ecco il link dei disegni del concorso a San Gallo. Da pag. 22 in poi.

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Data
venerdì, 8 maggio 2009

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