Sarzana, che Botta!

« l’urbanistica degli imprenditori. Essi pensano e realizzano, senza nasconderlo, per il mercato, in vista di un profitto. La novità, il fatto più recente, è che essi non vendono più alloggi o immobili, ma urbanistica. Con o senza ideologia, l’urbanistica diventa valore di scambio »

LeFebvre (1968)


Trattare l’organico secondo natura
Le soluzioni ignorate dalla politica

Articolo di Lanfranco Pambuffetti

Gli impianti per il trattamento del rifiuto organico da raccolta urbana si basano sostanzialmente su due processi:

  • la maturazione biologica controllata, in ambiente aerobico della sostanza organica, in presenza di ossigeno (trasformazione aerobica) attraverso le due fasi di ‘biossidazione’ e successiva ‘umificazione’ con cui si recupera la materia come compost di qualità. E’ il metodo più naturale
  • la maturazione della sostanza organica in assenza di ossigeno (trasformazione anaerobica) con produzione di biogas e di frazione solida ‘digestato’ che necessita, per la stabilizzazione, di una successiva fase aerobica per il recupero finale della materia generando compost

Nel contesto legislativo attualmente vigente, l’attività di compostaggio ha un ruolo di primaria importanza. Sono molti gli impianti di recupero di questo tipo e si sono affinate le esperienze. A seconda del materiale da trattare e in funzione degli obbiettivi di recupero, si possono trovare le soluzioni tecnologiche più conformi alle esigenze di ciascuna comunità, in modo da ottenere un compost di ottima qualità, che possa trovare uno spazio sul mercato. Gli impianti sono molto versatili, possono servire sia piccole comunità (alberghi, ospedali, condominii, etc) in maniera del tutto automatica e con bassa manutenzione, sia territori più ampi con fabbisogni molto più significativi.
Gli impianti possono essere classificati in diverse tipologie in funzione delle configurazioni (aperti o chiusi; in cumulo o in reattore; statici o dinamici; verticali o orizzontali), ma l’applicazione attualmente più evoluta dal punto di vista tecnologico è quella del compostaggio in reattore.
Il reattore è una cella chiusa in cui viene accumulata la carica dell’organico nella formulazione idonea a facilitare la maturazione della sostanza organica nella prima fase di ‘biossidazione’, tenendo sotto controllo i parametri che garantiscono la corretta progressione del processo (umidità, temperatura, pH, aereazione, etc). Comunica con l’esterno attraverso biofiltri che impediscono l’immissione in atmosfera di cattivi odori.

La tecnologia di compostaggio a biocelle

Da sinistra Roberta Mosti, Lanfranco Pambuffetti, il professor Giulio Ferrari

La proposta presentata al convegno dal professor  Giulio Ferrari (ateneo di Ferrara) consiste in biocelle di capacità variabile da 60 a 250 ton/anno , munite di dispositivi di ventilazione della carica e di biofiltro per abbattimento della componente volatile sia inquinante che odorigena. Le celle vengono caricate entro 48 h prima che inizi un qualsiasi processo di maturazione e mantenute chiuse per tutto la fase di biossidazione (25-30 gg) con il controllo continuo dei parametri di processo e dell’indice di respirazione (IRS-IRD) che evidenzia il completamento della prima fase di maturazione. A quel punto il contenuto della biocella viene trasferito in un’area di accumulo, dove la carica segue all’aperto la fase di ‘umificazione’ per diventare compost e la biocella  può essere ricaricata con nuovo organico.
Aggregando un numero di biocelle sufficiente, è possibile realizzare un impianto di compostaggio in grado soddisfare il fabbisogno di trattamento del rifiuto organico della comunità interessata con costi di investimento e gestione abbastanza contenuti (4-5 milioni di € per 25-30.000 ton/anno, il fabbisogno della nostra provincia ). L’organizzazione a moduli (celle) consente la flessibilità necessaria ad adeguare la capacità dell’impianto al fabbisogno di una comunità.

La tecnologia della codigestione
In alternativa al compostaggio l’ingegner Giuseppe Vitiello ha proposto il processo di ‘ codigestione’ della componente liquida-melmosa dell’organico con i fanghi dei depuratori fognari. Si tratta di applicare entrambi i processi in parallelo: ‘anaerobico’ per la frazione liquida/melmosa dell’organico e ‘aerobico’ per la componente solida del rifiuto organico.

L’ingegner Giuseppe Vitiello illustra la sua soluzione di codigestore

La proposta dell’ingegner Giuseppe Vitiello prevede di sottoporre il rifiuto organico al seguente processo:

  • spremitura meccanica dei rifiuti organici per separare la parte liquida/melmosa (circa il 60%) da quella solida (circa 40%)
  • trasferimento della parte liquido/melmosa al biodigestore del depuratore, che viene mescolata ai fanghi dello stesso depuratore. Avvio del processo anaerobico. In questa fase si può generare il biogas (metano) con relativi incentivi statali. Si produce anche acqua industriale e un prodotto solido adatto alla discarica
  • in parallelo in apposito impianto di compostaggio viene trattata la frazione solida del rifiuto, che umidificata quanto serve e, se necessario con aggiunta di carica cellulosica, inizia la fase di maturazione con molto meno carbonio putrescibile.

 

Questo processo consente di recuperare l’utilizzo dei biodigestori già presenti in numerosi depuratori necessari per il trattamento dei fanghi da fognature urbane e non richiede la realizzazione di un impianto oneroso e potenzialmente dannoso per l’ambiente ed il territorio; mantiene la possibilità di produrre biometano e di generare compost di elevata capacità. Per il compostaggio sarebbe sufficiente riattivare la capacità del sito di Boscalino di cui già a suo tempo si è dimostrata la compatibilità.

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Data
giovedì, 27 febbraio 2020

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