Sarzana, che Botta!

« È anzitutto alla casa di abitazione che occorre rivolgere la massima cura. Se gli uomini vivessero veramente da uomini, le loro case sarebbero dei templi »

Mario Botta, citando Ruskin


Architettura e democrazia: viaggio in Europa con Cino Zucchi

di Roberta Mosti

cino“Possiamo sostenere che l’architettura è un icona del potere, gli architetti non possiedono i propri mezzi di produzione e spesso si vendono al committente, come un prodotto commerciale: nascono le archistar”. Chiamato a parlare di urbanistica e democrazia nell’ambito di un ciclo di incontri organizzato dall’Arci alla Spezia e a Sarzana, Cino Zucchi, architetto di fama internazionale e docente del politecnico di Milano, ha illustrato attraverso una sequenza di immagini, come l’architettura non sia universalmente un simbolo democratico.

E se l’architettura è solo un icona, il lato patinato della speculazione immobiliare, qualche perplessità sorge sul suo ruolo sociale.

Più volte Zucchi è ricorso a paralleli con il nord Europa, dove la cura e il senso di appartenenza per gli spazi urbani e istituzionali della città, portano gli architetti al continuo confronto con gli amministratori e i cittadini, innanzitutto attraverso i concorsi pubblici e un sofisticato sistema di partecipazione.

Se la democrazia è pluralità, anche l’architettura deve essere varietà di scelta. Il contenitore che dà forma allo stare insieme di una comunità non può essere valutato solo in numeri da rispettare, come quelli prescritti dai PRG, non può sottomettersi alla visione determinista di certi tecnici,  in merito alla divisione netta di funzioni all’interno del tessuto urbano (zone residenziali, centri commerciali, mega parcheggi, ecc…) .  Questa prassi, dell’urbanistica moderna – dice Zucchi – ha creato luoghi desolati, limitati alla loro funzione per determinate ore, poi abbandonati, in cui non ci si riconosce, in cui si è dimenticato il proprio spirito di appartenenza.

Contro questa visione deterministica e immobile, l’urbanistica delle regole rigide, c’è quella degli obbiettivi, che l’architetto sostiene come la migliore, la pratica in uso al nord Europa, dove gli amministratori decidono le finalità degli interventi, ma lasciano l’architetto libero di inserire le quantità che ritiene necessarie, le forme che ritiene opportune. La decisione finale sul risultato spetta alla collettività. Le regole spesso mortificano l’opera dell’architetto, ma nel nostro paese, dove manca la trasparenza delle informazioni e  la condivisione delle scelte, sono indispensabili. Senza partecipazione e dialogo le norme sono l’unica garanzia che noi cittadini abbiamo, non di qualità, ma di controllo sull’opera che ci viene imposta, di limite all’abuso del nostro territorio.

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Data
martedì, 9 marzo 2010

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