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	<title>Sarzana, che Botta! &#187; Autorevoli pareri</title>
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		<title>Ameglia, turismo e agricoltura di qualità occasione per i giovani</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 15:46:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[Scritti]]></category>

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		<description><![CDATA[Puntare sulla riscoperta dell'agricoltura di qualità e dei prodotti tipici della nostra vallata, sul turismo, sulle energie alternative. E' la sfida che lancia ai giovani Gianni Torri, assessore all'ambiente di Ameglia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/11/ameglia-turismo-e-agricoltura-di-qualita-occasione-per-i-giovani/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>di <strong>Gianni Torri*</strong></p>
<p><strong></strong>L’ambiente in cui viviamo non assicura all’uomo solo la sussistenza fisica ma gli offre anche la possibilità di uno sviluppo intellettuale, morale, sociale e spirituale. E’ innegabile quindi l’importanza del territorio nella vita umana. Purtroppo esistono delle realtà territoriali dove l’intervento negativo dell’uomo ha prodotto danni ormai irreparabili.</p>
<p><strong>Val di Magra: terza pianura &#8220;ambientalista&#8221; d&#8217;Italia<br />
</strong>La Val di Magra ha ancora la fortuna di beneficiare di un habitat che presenta aspetti naturalistici importanti ed estremamente variegati con i suoi fiumi, le spiaggie, i piccoli borghi, il parco naturale e la campagna: basti pensare che la piana di Fiumaretta e Marinella è attualmente la 3° pianura in Italia per importanza dal punto di vista ambientale.  La politica locale potrebbe quindi fare molto per favorire un nuovo tipo di sviluppo per questa zona, se avesse il coraggio di invertire la tendenza, ormai trasversale, di sfruttare il territorio solo per ciò che può rendere in termini di metri cubi di cemento.<br />
Per quel che riguarda ad esempio il settore primario, l&#8217;agricoltura, occorre mettere in campo strategie che tendano a valorizzare i prodotti della terra cercando di recuperare la nostra cultura contadina, la sua capacità di essere in armonia con la natura ma non per proporre qualcosa di ormai passato ed obsoleto ma per offrire un nuovo modo di vivere proiettato nel futuro.</p>
<p><strong>Riscoprire l&#8217;agricoltura di qualità<br />
</strong>Sempre più persone scelgono di non sprecare, di alimentarsi meglio, di risparmiare energia investendo sulle fonti rinnovabili, insomma di vivere diversamente. E’ a questa nuova realtà sociale che la nostra economia locale, avendone le potenzialità, deve rivolgersi sviluppando ad esempio percorsi enogastronomici basati sulla produzione a chilometri zero, magari promuovendo un marchio che garatisca la provenienza e la qualità dei prodotti. Con queste nuove prospettive, noi amministratori  dobbiamo rivolgerci ai giovani affinché possano riconciliarsi con la terra, promuovendo un nuovo e al tempo stesso antico modo di fare agricoltura legato ad un rapporto più stretto con la terra, alla semplicità, alla qualità dei prodotti, alla loro stagionalità difendendo ed incentivando le varietà locali, salvaguardando l’ambiente e le risorse naturali.</p>
<p><strong>Un&#8217;opportunità per i giovani<br />
</strong>E’ su questa strada che il mio assessorato stà muovendosi promuovendo, ovunque mi sia possibile le aziende agricole presenti nel mio territorio e tutte quelle attività commerciali che nel loro esercizio hanno già avviato azioni che rientrano nel campo delle buone pratiche  e cercando di interessare anche quelle che non lo hanno ancora fatto.<br />
In collaborazione con il Parco sono stati avviati dei progetti come quello del recupero degli uliveti abbandonati o quello che incentiva la mobilità sostenibile, Bike sharing, mettendo a disposizione del turista e del cittadino biciclette elettriche e non, per gli spostamenti all’interno del comune.<br />
Con il Cea invece da tempo si è iniziato un percorso di educazione ambientale nelle scuole che vedrà il suo massimo sviluppo con il progetto Ecoschool per l’ottenimento della Bandiera verde per la scuola elementare di Fiumaretta dove verranno sviluppate in maniera importante le buone pratiche.<br />
Questi sono solo i primi passi che il mio assessorato sta muovendo in questo senso con tutte le difficoltà che innegabilmente s’incontrano a causa di un impoverimento culturale sulle problematiche ambientali che ha preso campo nella società odierna. Ancora lungo è quindi il cammino da percorrere per arrivare  al traguardo che alcune realtà amministrative hanno già raggiunto dimostrando che un nuovo sistema di sviluppo è possibile per un futuro migliore soprattutto per le nuove generazioni.</p>
<p><strong>* Gianni Torri è assessore all&#8217;ambiente nel Comune di Ameglia</strong></p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/11/ameglia-turismo-e-agricoltura-di-qualita-occasione-per-i-giovani/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Premiare la rendita o la vivibilità? I punti della Scuola di Eddyburg</title>
		<link>http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/premiare-la-rendita-o-la-vivibilita-le-conclusioni-della-scuola-di-eddyburg/</link>
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		<pubDate>Sun, 26 Sep 2010 06:15:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>

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		<description><![CDATA[La Scuola di Eddyburg fondata da Edoardo Salzano ha concluso a Napoli i lavori della sua edizione 2010 dedicati alla Rendita fondiaria. Pubblichiamo la sintesi fatta dall'urbanista sul sito Eddyburg.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/premiare-la-rendita-o-la-vivibilita-le-conclusioni-della-scuola-di-eddyburg/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p><a href="http://eddyburg.it/article/articleview/15555/0/293/" target="_blank">Da Eddyburg: </a></p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td style="font-family: Arial, Verdana, Helvetica, Swiss, Futura, sans-serif; font-size: 16px; color: #336699; text-align: left; font-weight: bold; background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; text-decoration: none; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial;">n. 30 (17.09.2010) La partita contro la rendita immobiliare</td>
</tr>
<tr>
<td style="font-family: Arial, Verdana, Helvetica, Swiss, Futura, sans-serif; font-size: 11px; color: #000000; text-align: left; font-weight: normal;">Data di pubblicazione: 16.09.2010</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>di <strong>Edoardo Salzano</strong></p>
<div id="attachment_7101" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/09/salzano.jpg"><img class="size-full wp-image-7101" title="salzano" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/09/salzano.jpg" alt="L'urbanista Edoardo Salzano" width="150" height="128" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;urbanista Edoardo Salzano</p></div>
<p>A conclusione della sesta edizione della Scuola di Eddyburg, in un confronto tra esperienze e saperi diversi volto a comprendere gli effetti dell’abnorme crescita della rendita immobiliare negli ultimi anni e a contrastarla, si è convenuto su alcuni punti.</p>
<p>Dal punto di vista della scienza economica la rendita immobiliare (fondiaria ed edilizia) non può essere eliminata. Tuttavia i piani regolatori e le politiche urbane possono esaltare o ridurre gli incrementi della rendita. E soprattutto il legislatore e l’amministratore pubblico possono operare perché i plusvalori derivanti dalle decisioni urbanistiche e dagli investimenti pubblici vengano trasferiti in parte consistente alla collettività.</p>
<p>Le trasformazioni territoriali recenti hanno provocato peggioramenti insopportabili della vivibilità (abitazioni, servizi, trasporti, salute) e della funzionalità delle città e dei territori, degrado ambientale, nonchè distruzione di valori non negoziabili (suolo agrario, paesaggi rurali, beni culturali). Esse sono state stimolate dagli incrementi della rendita che hanno garantito ai proprietari immobiliari rendimenti decine di volte superiori agli altri investimenti.</p>
<p>Gli investimenti immobiliari sono sorretti da una domanda che è elevata per una serie di motivi. Alcuni meritano di essere soddisfatti, con maggiore o minore priorità. Altri devono rimanere insoddisfatti, quali quelli derivanti da mere intenzioni speculative.</p>
<p>Gli strumenti della pianificazione urbanistica sono la sede della selezione delle componenti della domanda. Essi devono avere due requisiti: i vincoli per la tutela delle risorse culturali e naturali hanno la priorità sulle decisioni di trasformazione; le aree da destinare al soddisfacimento della domanda che si ritiene di soddisfare vanno individuate tra quelle già urbanizzate e oggi inutilizzate (aree ex industriali, caserme ecc.) od occupate con densità inadeguate .</p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/premiare-la-rendita-o-la-vivibilita-le-conclusioni-della-scuola-di-eddyburg/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>La lettera di Donati al direttore della Normale: torni presto!</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 22:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla vigilia della lectio magistralis al Festival, Piero Donati, storico dell'arte, già Soprintendente, ha indirizzato una lettera-appello a Salvatore Settis, da questi richiamata in apertura di conferenza. Ne condividiamo il contenuto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/la-lettera-di-donati-al-direttore-della-normale-torni-presto/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>Lettera aperta a Salvatore Settis</p>
<p>Caro professore, lei verrà a Sarzana ad aprire il Festival della Mente e ciò non può che far piacere a tutti coloro che hanno a cuore le sorti  del patrimonio storico-artistico italiano e di quella particolare dimensione di esso che è il paesaggio.</p>
<p>Lei non ignora certo che gli abitanti della piana di Sarzana – una delle due pianure agricole della Liguria – stanno dibattendo sulla sostenibilità delle proposte presentate dalla Marinella SpA, emanazione del Monte dei Paschi di Siena, proprietario dal 1930 della parte ancora intatta di tale pianura. Il dibattito si sta allargando ed anche la stampa nazionale comincia a dedicare spazio all’argomento.</p>
<p>Nessuno si aspetta che lei, il 3 settembre, parteggi per i sostenitori o per gli oppositori della proposta della Marinella SpA. Accetti però un consiglio: trovi il tempo, prima di tenere la sua lectio magistralis, di andare nella tenuta di Marinella e, volgendo le spalle al mare, vedrà svettare alla sua destra il Sagro e noterà senza sforzo, alla sua sinistra, la cima del Gottero. Due toponimi assai eloquenti, che trasmettono all’uomo contemporaneo l’eco di quella sacralità che l’uomo antico attribuiva alla terra presidiata come sentinelle da quelle vette. E non occorre essere cultori della New Age per capire che anche i Romani, nel scegliere il sito su cui edificare la colonia di Luni, tennero probabilmente conto di questo substrato.</p>
<p>Nelle immediate adiacenze della tenuta di Marinella, lei noterà poi una grande struttura d’impianto razionalista, circondata da un ampio parco ed in stato di palese abbandono. Si tratta della ex-colonia della Gioventù Italiana del Littorio (più nota come Colonia Olivetti) ed è proprietà della Regione Liguria. Lei converrà che coloro che sostengono la necessità della realizzazione di nuove strutture ricettive nella piana di Sarzana non possano sottrarsi ad una semplice, elementare domanda: perché non si comincia dal recupero di ciò che già esiste, soprattutto se si tratta, come in questo caso, di un immobile di pregio sottoposto a vincolo ?</p>
<p>Caro Settis, un suo libro del 2002 aveva in copertina, non certo a caso, un terribile quadro di Goya che raffigura Saturno nell’atto di sbranare uno dei suoi figli. Una metafora di cristallina chiarezza, che avrebbe dovuto e dovrebbe allarmare le coscienze. La decisione di invitarla ad inaugurare il Festival della Mente potrebbe significare che la consapevolezza della posta in gioco ha cominciato, anche se tardivamente, a farsi strada. Sono però legittime, lei lo capisce, anche altre chiavi di lettura…Buon soggiorno a Sarzana, caro Settis, e torni presto.</p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/09/donati.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-7189" title="donati" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/09/donati.jpg" alt="donati" width="150" height="112" /></a>Piero Donati, storico dell’arte</p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/la-lettera-di-donati-al-direttore-della-normale-torni-presto/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Il paesaggio diventa bene alienabile, per legge. Basta far cassa</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 21:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[Dai quotidiani]]></category>

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		<description><![CDATA[Salvatore Settis aprirà il 3 settembre il Festival della Mente con una lectio magistralis intitolata "Paesaggio come bene comune, bellezza e potere". Riportiamo un suo intervento che fa presagire vita non facile per i cementificatori presenti all'evento sarzanese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/il-paesaggio-diventa-bene-alienabile-per-legge-basta-far-cassa/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>Dalla Prima Pagina di Repubblica 31/05/2010</p>
<p>SALVATORE SETTIS</p>
<h4><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/07/settis.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-6600" title="settis" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/07/settis.jpg" alt="settis" width="150" height="121" /></a>Prosegue alacremente il cantiere di smontaggio dello Stato. Sotto l´etichetta di &#8220;federalismo demaniale&#8221;, passano a Regioni ed enti locali 19.005 unità del demanio dello Stato, per un valore nominale di oltre tre miliardi.</h4>
<p>Mente Calderoli quando afferma (La Padania, 7 maggio) che i beni trasferiti «demaniali sono e demaniali resteranno». Il demanio non è una forma di proprietà, ma servizio pubblico nell´interesse generale di tutti i cittadini, per questo è inalienabile. Al contrario, <strong>i beni trasferiti possono essere «anche alienati per produrre ricchezza a beneficio delle collettività territoriali», o saranno versati in fondi immobiliari di proprietà privata</strong>; <strong>la legge incoraggia anzi i Comuni a produrre varianti urbanistiche che ne consentano non solo la mercificazione, ma la cementificazione, sigillata e garantita dai ricorrenti condoni edilizi </strong>(l´ultimo disegno di legge, presentato dal Pdl, sana con un sol colpo di spugna tutti i reati contro il paesaggio e l´ambiente commessi o da commettersi entro il 31 dicembre 2010).</p>
<p>La manovra Tremonti, approvata sulla parola e senza il testo finale da un Consiglio dei ministri assai ubbidiente, aggraverà lo stato delle finanze locali, strangolando ulteriormente Comuni Province e Regioni. Il taglio previsto, quasi 15 miliardi nel biennio 2011-12 (4 miliardi ai soli Comuni), <strong>obbligherà i Comuni ad alienare l´alienabile</strong>, e <strong>a concedere licenze di edificazione a occhi chiusi, pur di incassare gli oneri di urbanizzazione</strong>, un tributo che, contro la ratio originaria della norma Bucalossi (1977), si può ora utilizzare nella spesa corrente per qualsiasi finalità. <strong>Ai sacrifici richiesti ai cittadini (basti ricordare la riduzione imposta al Servizio sanitario nazionale: 418 milioni nel 2011, 1.132 milioni dal 2012 in poi) si aggiungerà dunque l´ecatombe delle nostre città, del nostro paesaggio</strong>.</p>
<p>Le disposizioni in materia di conferenze di servizi (art. 49 della bozza), che riprendono il disegno di legge Brunetta-Calderoli sulla cosiddetta &#8220;semplificazione della pubblica amministrazione&#8221;, vanificano gli argini posti dal Codice dei Beni Culturali. Secondo la nuova norma, <strong>ogni volta che il Codice richiede l´autorizzazione di interventi edilizi che incidano sul paesaggio, «il Soprintendente si esprime in via definitiva in sede di conferenza di servizi in ordine a tutti i provvedimenti di sua competenza»</strong>; la sua eventuale assenza dalla conferenza dei servizi equivale al pieno consenso del Soprintendente. Viene in tal modo riesumato e radicalizzato il principio del silenzio-assenso, un istituto che sin dalla legge 241 del 1990 non può applicarsi «agli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico», come ribadito più volte, dalla legge 537 del 1993 alla legge 80 del 2005 (governo Berlusconi). Invano il ministero dei Beni Culturali, che aveva ottenuto la soppressione di analoghe norme almeno due volte (nella Finanziaria 2008 e nell´abortito decreto-legge sul &#8220;piano casa&#8221;), ha richiamato il governo al rispetto della legge. Ma la tutela del paesaggio imposta dall´art. 9 della Costituzione richiede che, in una materia così sensibile, il previsto giudizio di compatibilità degli interventi edilizi con il valore culturale del bene venga formulato espressamente e dopo attenta valutazione: il silenzio o l´inerzia non può in alcun modo sostituire l´attivo esercizio della tutela, che l´art. 9 della Costituzione pone fra i principi fondamentali dello Stato. Lo ha espressamente dichiarato la Corte Costituzionale in almeno cinque sentenze: in questa materia «il silenzio dell´Amministrazione preposta non può avere valore di assenso» (sentenza nr. 404 del 1997). Il silenzio-assenso, nato per tutelare il cittadino contro l´inerzia della pubblica amministrazione, non può diventare un trucco per eludere la legge col sigillo di una norma anticostituzionale.</p>
<p>Ma c´è di peggio, e lo ha ben visto Eugenio Scalfari (Repubblica, 30 maggio), che ha lucidamente disegnato la «prospettiva raccapricciante» di un´Italia a due velocità: «Federalismo al Nord e accentuazione del centralismo statale al Sud». La &#8220;manovra Tremonti&#8221; è anche troppo esplicita: prevede (art. 43 della bozza) che «nel Meridione d´Italia possono essere istituite zone a burocrazia zero». Burocrazia zero significa che per tutte le nuove «iniziative produttive» (non meglio definite) ogni procedimento amministrativo di qualsiasi natura viene «adottato esclusivamente dal Prefetto ovvero dal Commissario di Governo», e diventa operativo dopo 30 giorni. Non senza raccapriccio, immaginiamo dunque, domani o dopodomani, un´Italia con il Nord governato dalla Lega e il Sud dai gauleiter della Lega.</p>
<p>Sotto la maschera bugiarda di un federalismo democratico, nuove forme di centralismo spuntano per ogni dove. Definanziando decine di istituti culturali (cito fra gli altri la gloriosa Scuola archeologica di Atene, a Napoli l´Istituto Croce e quello di Studi Filosofici, e così via), la manovra Tremonti sottrae ogni possibile finanziamento futuro di queste istituzioni al ministero dei Beni Culturali, e ne sposta la responsabilità alle Finanze e a Palazzo Chigi: una forma di commissariamento che espande ed esaspera, per contrappasso, quello che i Beni Culturali hanno fatto, dando Pompei a un commissario della Protezione Civile senza la minima competenza archeologica. Le centinaia di pensionamenti dell´alta burocrazia ministeriale, propiziati se non imposti dalla stretta pensionistica della manovra, decapitando numerosi uffici in tutto il Paese, favoriranno inevitabilmente un continuo ridisegnarsi delle competenze, in cui il diktat del ministero delle Finanze avrà sempre più peso, e agli altri ministri non resterà che rassegnarsi al silenzio-assenso.</p>
<p>Se tutto questo fosse fatto, come vuole la party line diffusa anche in quella che fu la sinistra, per contrastare la crisi e avviare la ripresa, potremmo provare a farcene una ragione. Ma incombe su questa interpretazione più d´un sospetto. <strong>Perché la devastazione del paesaggio e l´offesa alla Costituzione dovrebbero alleviare la crisi economica? </strong>Che cosa guadagna in coesione e in forza economica il Paese col &#8220;commissariare&#8221; l´intero Sud, riducendolo a una colonia a &#8220;burocrazia zero&#8221;, cioè governata dai prefetti? Perché, se le casse sono vuote al punto da dover ridurre i finanziamenti alla sanità (mettendo in forse il diritto alla salute garantito dall´art. 32 della Costituzione), dovremmo ostinarci a voler costruire il ponte sullo Stretto? Il «tesoretto di Giulio», come qualche leghista ha affettuosamente chiamato i risparmi che la manovra dovrebbe mettere da parte, non servirà proprio a promuovere un federalismo i cui costi nessuno si attarda a calcolare? Lo smontaggio dello Stato serve ad assicurare la stabilità della moneta e il benessere dei cittadini, o ad accelerare la disgregazione del Paese voluta dalla Lega e dai suoi complici d´ogni colore, a velocizzare il saccheggio del territorio e la spartizione del bottino?</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Da Wikipedia, l&#8217;enciclopedia libera</p>
<p><strong>Salvatore Settis </strong>(Rosarno, 11 giugno 1941) è un archeologo italiano. Dal 1999 è direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa. Laureatosi in Archeologia classica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1963, ottiene nel 1965 il diploma di perfezionamento.  All&#8217;Università di Pisa è stato prima assistente (1968-1969), poi professore incaricato (1969-1976), quindi professore ordinario (1976-1985) di Archeologia greca e romana.  Tra il 1977 e il 1981 è stato direttore dell&#8217;Istituto di Archeologia e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dello stesso ateneo.  Insegna Archeologia classica presso la Normale di Pisa dal 1985.  Ha inoltre diretto il Getty Center for the History of Art and the Humanities di Los Angeles dal 1994 al 1999.  È stato eletto direttore della Normale nel 1999, carica che ricopre tuttora, dopo le rielezioni del 2003 e 2007.  È inoltre membro del Deutsches Archäologicisches Institut, della American Academy of Arts and Sciences, dell&#8217;Accademia Nazionale dei Lincei e del Comitato scientifico dell&#8217;European Research Council.  Il suo libro Italia S.p.a.. L&#8217;assalto al patrimonio culturale nel 2003 ha vinto il premio Viareggio nella categoria Saggistica.  Dal 2004 è membro del Comitato dei garanti della Scuola Galileiana di Studi Superiori.  Nel 2008 si pronuncia in modo esplicito contro la politica di tagli indiscriminati all&#8217;Università promossa dal governo Berlusconi sulle pagine dei quotidiani La Repubblica e Il Sole 24 ore, fatto che lo porta, nel febbraio 2009, a dare le dimissioni dalla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, dovute soprattutto al desiderio espresso dal neo-ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi che egli non criticasse la linea del governo.</p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/il-paesaggio-diventa-bene-alienabile-per-legge-basta-far-cassa/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Tutela del paesaggio: quando la Politica era interesse pubblico</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 21:28:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>

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		<description><![CDATA[Fu un filosofo liberale, Benedetto Croce, a dare all'Italia la prima legge generale di tutela del paesaggio. In un saggio del professor Salvatore Settis il valore alto della Politica, che risponde all'interesse pubblico. Una lezione di storia e di civiltà.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/tutela-del-paesaggio-quando-la-politica-era-interesse-pubblico/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>Benedetto Croce era un filosofo liberale, un raffinato esponente della cultura napoletana del primo Novecento. A lui, impegnatosi in politica, si deve la prima legge generale di tutela del paesaggio. Un tempo la tutela della più grande ricchezza italiana era un impegno comune all&#8217;intellighenzia di destra e di sinistra. Oggi bipartisan è soprattutto il business. Questo saggio del professor Salvatore Settis illumina su come la Politica, che privilegia l&#8217;interesse pubblico (per questo la P è maiuscola), sa dare grandi risposte al di là della collocazione Destra-Sinistra.</p>
<p><a href="http://eddyburg.it/article/articleview/15731/0/99/" target="_blank">Da Eddyburg: Lezioni dimenticate. Che Croce tutelare il paesaggio!</a></p>
<p>Data di pubblicazione: 31.08.2010</p>
<p>Autore: Settis, Salvatore</p>
<p>Dalla storia l’appello per unirsi contro le devastazioni inflitte al nostro paesaggio. Su Il Sole 24 Ore, 29 agosto 2010 (m.p.g.)</p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/07/settis.jpg"></a><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/09/Benedetto-Croce2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-7109" title="Benedetto-Croce2" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/09/Benedetto-Croce2.jpg" alt="Benedetto-Croce2" width="250" height="342" /></a>Nel suo Breve trattato del paesaggio (1997), recentemente tradotto da Sellerio, Alain Roger fa una riflessione interessante: nel 1912 tre grandi intellettuali europei osservarono, indipendentemente, che il paesaggio non è natura ma storia, perciò lo vediamo attraverso il filtro della letteratura e dell&#8217;arte. Questo più o meno scrissero in Francia Charles Lalo, in Germania Georg Simmel, in Italia Benedetto Croce. Tanta sintonia si spiega per il comune riferirsi a un topos classico, quello secondo cui «la natura s&#8217;ingegna a imitare l&#8217;arte», come scrisse Ovidio; ma riflette lo spirito del tempo di quel principio di secolo, quando i movimenti per la conservazione del paesaggio si affermavano in tutta Europa. Per Croce, questa preoccupazione non fu solo teorica, ma si tradusse in un&#8217;energica azione politica: a lui infatti si deve la prima legge generale italiana per la tutela del paesaggio. È una storia che comincia da lontano, dall&#8217;Unità d&#8217;Italia. Cominciarono allora subito ardue battaglie per proteggere il patrimonio artistico e archeologico.</p>
<p>Gli Stati preunitari avevano in merito le leggi più antiche e avanzate del mondo: papi, repubbliche e sovrani, specialmente dal Settecento, sulla scia del diritto romano anteposero nettamente il bene comune (utilitas publica) agli interessi della proprietà privata, limitandone i diritti. L&#8217;unificazione del paese fu per mercanti e collezionisti l&#8217;occasione di approfittare del vuoto legislativo per vendere numerosissime opere d&#8217;arte (fu allora che avvenne la massima emigrazione di quadri, statue, manoscritti, disegni verso i musei stranieri). Restavano in vigore le leggi pontificie a Roma, quelle borboniche a Napoli, e così via; ma si stentò a lanciare una normativa nazionale. Il primo disegno di legge, voluto da Cavour e affidato a Terenzio Mamiani, naufragò subito; così, in rapida successione, le proposte di ministri della Destra (come Cesare Correnti e Ruggero Bonghi) e della Sinistra (come Michele Coppino, Francesco De Sanctis, Pasquale Villari, Ferdinando Martini). Si arrivò infine alla timida legge del 1902, che proteggeva ben poco, eppure fu bollata in Senato come feroce&#8217; perché intaccava i privilegi della proprietà privata, «diritto divino perché emanante dalla volontà di Dio».</p>
<p>Presto si constatò alla prova dei fatti la debolezza della legge del 1902, e si avviò il percorso verso una normativa più efficiente, che dopo un faticoso percorso sarebbe diventata la legge n. 364 del 1909. In quelle accese discussioni esplose il contrasto fra la Camera (interamente elettiva) e il Senato, dove per nomina regia o per censo sedevano molti membri dell&#8217;alta aristocrazia, interessati a mettere sul mercato le proprie collezioni. Non tutti, però. Senatore era anche il principe Tommaso Corsini, membro della stessa famiglia del card. Neri Corsini, ispiratore nel 1737 del «patto di famiglia» Medici-Lorena che assicurò per sempre a Firenze le collezioni granducali, e del papa Clemente XII, che volle nel 1734 severe norme di tutela e la fondazione dei Musei Capitolini, prima raccolta pubblica d&#8217;Europa. Nel 1898, per reagire agli sventramenti del centro storico di Firenze che ne sfigurarono il volto a partire da quando fu capitale del Regno, Corsini aveva fondato l&#8217;«Associazione per la difesa di Firenze antica», che divenne il centro di un vasto movimento di opinione. Dopo la raccolta di migliaia di firme, in un&#8217;affollata assemblea a Firenze fu votata per acclamazione una petizione al Senato: a proporla fu Benedetto Croce, poco più che quarantenne e non ancora senatore, ma già autorevolissimo. Quella legge aveva tre padri: due ravennati, il ministro Luigi Rava e il direttore generale Corrado Ricci (artefici nel 1905 di una legge per la tutela della pineta di Ravenna) e un deputato toscano, Giovanni Rosadi.</p>
<p>Nel disegno di legge, essi avevano aggiunto alla tutela del patrimonio anche quella di «giardini, foreste, paesaggi, acque» di prevalente interesse pubblico. Approvata dalla Camera, questa norma venne bocciata dal Senato, e il comma 3 che la conteneva fu soppresso, pur invitando il governo a presentare un disegno di legge sulle «proprietà fondiarie che importano una ragione di pubblico interesse a causa della loro singolare bellezza». In questo testo, il termine paesaggio è evitato, e la dizione proprietà fondiarie indica di dove venissero le resistenze a includere il paesaggio fra i beni da tutelare. Ma Rosadi non rinunciò alla battaglia, e già il 4 maggio 1910 presentò una nuova proposta di legge. La relazione si apriva con una domanda: «E possibile che il Parlamento rimanga insensibile e inerte, quasi non si accorga neppure che si sente e si agita anche in Italia, e pi in Italia che dappertutto, una questione del paesaggio?». Fu possibile. Eppure era accaduto allora qualcosa che nell&#8217;Italia di oggi non si riesce nemmeno a immaginare, la formazione di un Comitato nazionale per la difesa del Paesaggio, che raccolse non solo dieci associazioni protezionistiche, ma anche sei Ministeri, le Ferrovie dello Stato ed altre istituzioni pubbliche.</p>
<p>La legge Rosadi continuò a trascinarsi invano fra Camera e Senato, ma l&#8217;impulso decisivo fu dato da Nitti, quando nel suo primo governo istituì (1919) un sottosegretariato alle Antichità e Belle arti, preannuncio del ministero dei Beni culturali creato quasi sessant&#8217;anni dopo. Sottosegretario fu il veneziano Pompeo Molmenti, sostituito pochi mesi dopo proprio da Rosadi, che tenne l&#8217;ufficio anche nei successivi governi Giolitti e Bonomi. Molmenti aveva nominato una commissione presieduta da Rosadi per redigere la nuova legge, che fu pronta in pochi mesi, riprendendo quella insabbiata dieci anni prima. Dopo la caduta del governo Nitti, il disegno di legge fu ereditato dal quinto governo Giolitti, dove ministro della Pubblica istruzione era Croce. Egli rilanciò immediatamente il progetto, presentandolo al Senato con una vigorosa relazione introduttiva, e riuscì a farlo approvare 31 gennaio 1921. Sciolta la Camera, si tennero il 15 maggio 1921 elezioni anticipate: ma prima che giurasse il nuovo governo e il nuovo ministro, Croce ripresentò la legge tal quale (15 giugno). Rosadi restava sottosegretario, e fu anche grazie a lui che la legge continuò il suo cammino coi ministri ravennati, Corbino (governo Bonomi) e Anile (governo Facta).</p>
<p>Finalmente approvata l&#8217;11 maggio 1922, la legge (n. 778) fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 21 giugno, quattro mesi prima della marcia su Roma. Occorre una legge che «ponga, finalmente, un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e pi amate del nostro suolo», scrive Croce nella sua relazione, poiché «difendere e mettere in valore le maggiori bellezze d&#8217;Italia, naturali e artistiche» risponde ad «alte ragioni morali e non meno importanti ragioni di pubblica economia». Croce cita i movimenti per il paesaggio in Francia, Germania, Svizzera, Austria e Inghilterra, richiama Ruskin («il paesaggio altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria»), e argomenta che è necessario notificare i paesaggi di importante interesse , sottoponendoli a speciali limitazioni del diritto di proprietà, in nome di «ciò che è in cima ai pensieri di tutti, economia nazionale e conservazione del privilegio di bellezza che vanta l&#8217;Italia». Le limitazioni alla proprietà privata sono indispensabili come «una servitù per pubblica utilità», poiché sarebbe egualmente inammissibile «deturpare un monumento o oltraggiare una bella scena paesistica, destinati entrambi al godimento di tutti».</p>
<p>La legge Croce fu poi alla base della legge Bottai sul paesaggio (1939), che ancora è il nerbo del codice dei Beni culturali e del paesaggio, raro esempio di legge bipartisan condotta in porto da ministri (Urbani, Buttiglione, Rutelli) di due governi Berlusconi e di un governo Prodi; eppure è fra le leggi più disattese d&#8217;Italia, martoriata da deroghe, sanatorie, condoni, piani casa e quant&#8217;altro. Rileggiamo allora le parole di Croce, ma guardiamoci intorno: le «ingiustificate devastazioni» del nostro suolo si intensificano ogni giorno, il primato del pubblico bene che fu il cuore della storia d&#8217;Italia viene oggi impunemente calpestato in nome di un mercatismo straccione. Chiediamoci dunque: siamo capaci, noi oggi, di combattere le battaglie che un secolo fa seppero vincere Ricci e Rava, Rosadi e Benedetto Croce? Sapremmo coalizzarci in un rinnovato Comitato nazionale per la difesa del paesaggio?</p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/09/tutela-del-paesaggio-quando-la-politica-era-interesse-pubblico/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>De Architectura e il concorso: finalmente una giuria popolare!</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 15:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[Concorso - I Progetti]]></category>

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		<description><![CDATA["Finalmente un concorso per disegnare la città col contributo dei cittadini": De Architettura, uno dei siti più qualificati, ha lucidamente colto il significato del nostro concorso. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/07/de-architectura-e-il-concorso-finalmente-una-giuria-popolare/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><h3><a href="http://www.de-architectura.com/2010/07/sarzana-che-botta-bandisce-un-concorso.html">&#8220;SARZANA  CHE BOTTA&#8221; BANDISCE UN CONCORSO</a></h3>
<h3><a href="http://www.de-architectura.com/2010/07/sarzana-che-botta-bandisce-un-concorso.html" target="_blank">(dal sito De Architectura)</a></h3>
<div id="post-4656936579205883835"><!-- #fullpost{display:inline;} -->Il comitato “<strong>Sarzana che  Botta</strong>&#8220;, molto attivo in rete oltre che in città, organizza il  concorso di idee &#8220;<strong><a href="../2010/06/via-muccini-il-comitato-lancia-un-concorso-di-idee/" target="_blank">Ri-pensiamo  Via Muccini</a></strong>&#8220;.<br />
Per gli antefatti di questa vicenda rimando al sito del comitato e al <strong><a href="http://ginopi.blogspot.com/" target="_blank">ginopiarulliblog</a></strong>.<br />
Questa iniziativa è di grande interesse per diversi motivi:<br />
• un gruppo di cittadini si sono organizzati non solo per contestare un  progetto urbano, come accade di frequente e rimanendo nella mera logica  del no, ma vogliono proporre soluzioni alternative e valide per la loro  città, dando un bell’esempio ai loro amministratori;<br />
• il concorso è palese, cioè ogni concorrente apporrà in calce alle  tavole nome e cognome facendo così cadere il velo dell’ipocrisia sul  falso anonimato previsto dalle vigenti normative;<br />
• la formula del concorso presenta, finalmente, la caratteristica  fondamentale di affiancare alla giuria tecnica, una giuria popolare,  scelta oltremodo coerente con il fatto che le indicazioni progettuali  sono state date dal comitato stesso, cioè da un insieme di cittadini.<br />
<span id="fullpost"><br />
Il fatto più significativo e che più mi interessa è certamente la giuria  popolare. Non so quali metodi di selezione e di scelta del progetto  saranno adottati ma, comunque andrà, una cosa si può dire fin d’ora: il  progetto sarà quello giusto o almeno il più giusto tra quelli  presentati.<br />
Distillato purissimo di populismo? Neanche per sogno, è invece il  risultato di una semplice constatazione e di un minimo di ragionamento:  dato che la disciplina urbanistica, e la sua concreta attuazione e  gestione, ha ormai toccato il fondo, avendoci  consegnato città sempre  più brutte, sempre meno città e sempre più periferie monofunzionali e  prive di vita, da almeno 60 anni a questa parte, a fronte di procedure e  leggi cervellotiche e astratte, il perseverare con la stessa logica,  quella cioè di affidarsi, prima, agli esperti che appartengono  indiscriminatamente, alla cultura modernista e, poi, alla politica e  alla sua indifferenza rispetto alla qualità della città, è totalmente  illogico e insensato. Non credo esista altro campo delle scienze sociali  applicate che possa vantare una divaricazione così grande tra  aspettative e risultati. I risultati contano, non i processi, e i  risultati sono pessimi.<br />
E dunque che decidano almeno i cittadini, detentori delle scelte per la  loro città, veri e autentici proprietari, come comunità, come <em>civitas</em>,  del diritto di decidere sull’<em>urbs</em>.<br />
E poi, se la logica che governa l’architettura deve essere, come di  fatto è, quella dello show, del successo, del consenso organizzato e  guidato dall’alto che tanto alimenta il mito <strong>archistar</strong>, tanto  vale che a determinare tale successo non siano i media e le riviste, ma  la gente direttamente.</span></div>
<div>&#8212;&#8211;</div>
<div><span><a href="http://www.sarzanachebotta.org/2010/07/grande-consenso-al-concorso-di-idee-per-la-sfida-a-rinnovare-sarzana/" target="_blank">qui il nostro articolo sull&#8217;argomento</a><br />
</span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div>e un elenco di alcune delle richieste:</div>
<div>- richiediamo l&#8217;invio del materiale per il concorso in oggetto. &#8230;<br />
- vorrei ricevere il materiale per partecipare al concorso &#8220;Sarzana che botta!&#8221;&#8230;<br />
- le scrivo a proposito del concorso&#8221;Ri-pensiamo via Muccini&#8221;. Volevo chiederle se possono partecipare anche i neo-laureati in architettura ancora privi di firma e di iscrizione all&#8217;albo?<br />
- Vorrei ricevere la documentazione per studiare il vostro concorso “Ri-pensiamo Via Muccini” che penso sia tutta in formato digitale&#8230;<br />
- son l&#8217;architetto &#8230;, volevo chiedere cortesemente se l&#8217;invio del materiale per il concorso in oggetto può avvenire anche prima della iscrizione per dare un occhiata al tema o dopo.<br />
- &#8220;vorrei partecipare al concorso quindi sapere se era possibile avere il materiale che serve e se è necessario pagare qualcosa.<br />
- &#8220;ho letto il bando di concorso e mi sembra che il tema sia molto stimolante. Vorrei ricevere la documentazione allegata per farmi un&#8217;idea più precisa ed eventualmente partecipare.<br />
- con la presente sono gentilmente a richiedere copia della documentazione relativa al bando di concorso &#8220;ri-pensiamo via muccini-nuova variante all&#8217;area progetto 3&#8243;, come da indicazioni sull&#8217;allegato  scaricato dal sito.<br />
- Vorrei partecipare al concorso di progettazione da voi bandito, potete spedirmi la documentazione relativa?<br />
- Richiedo la documentazione necessaria per partecipare al concorso: “Ri-pensiamo Via Muccini”    Nuova variante all’ Area Progetto 3.<br />
- volevo chiedere se era possibile avere materiale istruttorio (planimetrie, schede di piano o qualsiasi altro materiale utile alla redazione del progetto) riguardo al bando in oggetto.<br />
- Con la presente chiedo di poter essere iscritto al Concorso: “Ri-pensiamo Via Muccini” &#8211; Nuova variante all’ Area Progetto 3 e di poter ricevere la documentazione necessaria alla svolgimento del tema di Concorso.<br />
- con la presente, richiedo di ricevere la documentazione necessaria per la partecipazione al concorso “Ri-pensiamo Via Muccini”<br />
- We would like to receive more information about via Muccinni contest in Sarzana in order to decide entering in the competition. Would you please kindly send us all the terms of the competition to the adress below.<br />
- Scrivo per una richiesta di iscrizione al concorso “Ri-pensiamo Via Muccini”: Sarzana che botta, e alla relativa richiesta di documentazione.<br />
- Gentili organizzatori del concorso &#8220;Ri-pensiamo Via Muccini&#8221;, con riferimento al concorso in oggetto si chiede cortesemente l&#8217;invio del materiale concorsuale.<br />
- siamo un gruppo di architetti interessati a partecipare al concorso “Ri-pensiamo Via Muccini” , e vorremmo chiedervi se vi è possibile inviarci il materiale necessario.<br />
- Si richiede l&#8217;iscrizione e l&#8217;invio della documentazione per il gruppo Architetti &#8230;<br />
- &#8220;richiedo la documentazione relativa al concorso di idee &#8220;&#8221;Ri-pensiamo Via Muccini&#8221;<br />
- &#8220;vorrei, se possibile, ricevere il materiale relativo al concorso “Ri-pensiamo Via Muccini&#8221;<br />
- Richiesta della documentazione per il concorso di progettazione per la riqualificazione urbanistica dei comparti pubblico e privato compresi tra via Muccini e Piazza Terzi nel comune di Sarzana, da parte dell&#8217;Arch. &#8230;. e l&#8217;Arch. &#8230;<br />
- &#8220;Lieti di ricevere materiale per competition: Ri-pensiamo Via Muccini.<br />
- desidero ricevere la documentazione inerente al concorso di idee sarzanachebotta.<br />
- per partecipare al concorso, bisogna necessariamente essere iscritti all&#8217;Albo o possono partecipare anche neolaureati?<br />
- Vorrei poter ricevere il materiale del Concorso.<br />
- &#8220;richiedo l&#8217;iscrizione al concorso &#8220;Ri-pensiamo via muccini&#8221; per il seguente gruppo di lavoro: &#8230;<br />
- sono uno studente in ingegneria edile architettura presso l&#8217;università de l&#8217;aquila e volevo ricevere la documentazione per iniziare a riprogettare l&#8217;area oggetto del concorso<br />
- è possibile ricevere il materiale relativo al bando &#8220;ri-pensiamo via muccini&#8221;?<br />
- desidero ricevere il bando, il disciplinare e tutta la documentazione utile allo svolgimento del concorso in oggetto.<br />
- &#8220;Desidero ricevere maggiori informazioni riguardo al concorso di idee<br />
- saremmo interessati a valutare la possibilità di partecipare al concorso di idee da Voi proposto, pertanto, vi chiediamo gentilmente di inviarci i riferimenti e la documentazione necessaria.<br />
- &#8220;m&#8217;interesserebbe il concorso “Ri-pensiamo Via Muccini” per la riqualificazione urbanistica dei comparti pubblico e privato compresi tra via Muccini e Piazza Terzi nel comune di Sarzana&#8230;<br />
- &#8220;Rimango in attesa di un vostro contatto per la documentazione relativa al bando.<br />
- Richiesta di iscrizione al concorso &#8220;Ri-pensiamo a Via Muccini&#8221; da parte di &#8230; Studente di architettura iscritto alla laurea magistrale in architettura del paesaggio all&#8217;università IUAV di Venezia laureato in Scienze dell&#8217;Architettura presso la stessa<br />
- &#8220;volevo  iscrivermi al concorso “Ri-pensiamo Via Muccini”-&#8230;</div>
<div>&#8230;</div>
<div>&#8230;</div>
<div>&#8230;</div>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/07/de-architectura-e-il-concorso-finalmente-una-giuria-popolare/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>D&#8217;Alto: Perché salvare il Vecchio Mercato</title>
		<link>http://www.sarzanachebotta.org/2010/06/dalto-perche-non-demolire-il-vecchio-mercato/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 22:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Testimonianza storica, dignità architettonica, risorsa. Questi per Silvano D'Alto i motivi per salvare l'ex mercato di Sarzana dalla demolizione. Una riflessione che abbiamo inoltrato assieme a quella del professor Ruschi ai Beni Culturali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/06/dalto-perche-non-demolire-il-vecchio-mercato/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p style="text-align: left;"><em><strong>Dal professor Silvano D&#8217;Alto abbiamo ricevuto questo interessante parere, che volentieri pubblichiamo e che abbiamo provveduto a  inoltrare, assieme a quello del professor Pietro Ruschi, alla direzione regionale dei Beni Culturali.</strong></em></p>
<p style="text-align: left;"><em>Ci stupisce il silenzio di quegli intellettuali spezzini che hanno addirittura scritto su Cesare Galeazzi, il più insigne architetto spezzino del dopoguerra, progettista dell&#8217;immobile di piazza Terzi.<a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/05/3.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-6368" title="vecchio_mercato_3" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/05/3-150x150.jpg" alt="vecchio_mercato_3" width="150" height="150" /></a><br />
</em></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-style: normal; font-weight: normal;"><em>Ecco lo scritto del professor D&#8217;Alto.</em></span></strong></p>
<p>&lt;&lt;Espongo brevemente alcune ragioni che sconsigliano vivamente la demolizione del Mercato di Piazza Terzi:</p>
<p>– <em>il concetto di ‘recupero’ di un’area urbana</em>, dove ancora si conserva un forte ‘segno’ della storia della città: il Vecchio Mercato all’ingrosso di Sarzana sorge nell’immediato dopoguerra in concomitanza con la nascita della Repubblica (la delibera del Consiglio comunale è del 15 maggio 1946, la Repubblica nasce il 2 giugno).  La scelta del luogo in cui edificare il Mercato avviene – quasi in omaggio al nuovo spirito democratico della Repubblica – con una particolare procedura di votazione segreta da parte del Consiglio comunale che, nella scelta tra Piazza Martiri, Piazza Veneto e piazza Terzi, preferisce quest’ultima. Così la determinazione del luogo si rivela fin dagli inizi un momento partecipato, un riconoscimento di una identità più complessa e organizzata. Il luogo ne ricava una sua peculiarità simbolica.</p>
<p>Oggi il Vecchio Mercato è una  struttura dismessa da tempo nelle sue funzioni originarie ma, proprio per quella che fu una eminente centralità di luogo urbano, ogni decisione in merito richiede attenzione e lungimiranza nell’elaborare il rapporto tra memoria del passato e progetto di futuro;</p>
<p>– <em>la dignità architettonica del manufatto originario</em>. Si tratta di un edificio lungo 49,40 metri  e largo, al piano di base, 42 metri con un corpo centrale più stretto e alto che emerge e si eleva per tutta la lunghezza su una doppia fila di pilastri in cemento armato, sui quali si imposta,  tramite una trave di bordo, una ampia copertura a volta, ad arco ribassato. La copertura è formata  – per quanto è dato intuire – da file contigue di casseri in laterizio con interposte nervature in cemento armato (o soluzione analoga). Nella sommità centrale della convessità vennero ricavate delle asole (strisce vuote)  a formare una sequenza di lucernai, oggi tamponati con laterizi.</p>
<p>Una serie di catene a doppio tirante legano alla base gli estremi della volta in funzione  statica (la luce è ragguardevole: 22,30 metri).</p>
<p>L’intradosso della volta appare dunque dal basso come una superficie liscia e continua che oggi va perdendo la intonacatura di cemento. La misurata, distesa, convessità della volta definisce così lo spazio del mercato, con un senso raccolto di unità e di comunità. Una soluzione tecnicamente semplice ma interessante e coraggiosa, molto efficace dal punto di vista spaziale. Una soluzione che ha fatto virtù della povertà di risorse dell’epoca. Il manufatto infatti venne realizzato con i fondi della disoccupazione.</p>
<p>I fianchi laterali del corpo centrale dell’ edificio, espandendosi all’esterno in una sorta di corpi aggiunti, formavano gli stalli per la conservazione delle merci.</p>
<p>Nel progetto originario una teoria di finestre si apre (ancora si mantiene) sia sulla parte superiore delle pareti tra i pilastri, sia nei corpi in aggetto al piano inferiore, dove ogni stallo ha la sua finestra (finestre trasformate nelle modifiche del 1959 in porte con saracinesca). Si tratta di un doppio ritmo di aperture che rendevano molto luminoso – insieme ai lucernai superiori – lo spazio del Mercato.</p>
<p>Nel progetto si scorge dunque l’idea di uno spazio di vita vivace e festosa: un mercato appunto, luogo di commerci intensi, di scambi e di incontri. Oggi lo spazio centrale è utilizzato come pista di pattinaggio e altri sport, mentre gli antichi stalli hanno destinazione per servizi vari, di tipo culturale. Nel complesso il manufatto è in grave degrado, lascia una impressione di pesantezza a causa delle chiusure laterali che lo impoveriscono spazialmente;<a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/06/mercato_interno_1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-6409" title="mercato_interno_1" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/06/mercato_interno_1-150x150.jpg" alt="mercato_interno_1" width="150" height="150" /></a></p>
<p>–  <em>la posizione urbanistica</em>: si direbbe perfetta nel corpo della struttura urbana, perché il mercato si struttura spazialmente su una strada interna in asse con via Terzi, un breve viale di tigli che idealmente prosegue nel mercato. Questi mercati comunali, a spazi ampi, non erano infrequenti nel dopoguerra e oggi rivelano quel clima di ripresa di vita sociale e di festa con l’aprirsi di un’epoca di pace. Ma sono anche un segno della prevalenza, a quell’epoca, del mondo rurale</p>
<p>Il mercato all’ingrosso di Piazza Terzi, costruito al margine della città ma fuori della cinta muraria, segue quasi per un istinto di libertà, e non solo di funzionalità, una localizzazione ben nota nella lunga tradizione della città dell’Occidente, che pone uno dei suoi mercati – quello di più controversi diritti – al confine tra città e campagna.  Il Mercato di Piazza Terzi era una cerniera non solo tra città e campagna, ma tra città confinanti: riforniva i mercati di Spezia e Carrara con il trasporto delle merci (frutta e prodotti orticoli) tramite la vicina stazione ferroviaria. Le testimonianze ci dicono (vedi blog “Sarzana, che Botta!”) della vivacità di quel luogo, momento centrale di una intensa pratica di vita urbana.</p>
<p>Ma a questo punto la riflessione si deve allargare in considerazioni più ampie. Sarzana è una città dove <em>il mercato è perfettamente integrato con il suo essere città</em>. La dimensione mercantile appartiene alla storia di Sarzana: crocevia e nodo commerciale tra le aree della Lunigiana e del Parmense, di Spezia, di Carrara, di Lucca e Valdera (nella strada romana Sarzanese-Valdera). Nel corso della sua storia Sarzana ha fatto dei commerci un centrale punto di sviluppo della sua economia e della sua crescita urbana e rurale. Il rapporto città-campagna è stato il fattore fondante sia della sua storia urbana che rurale: rapporto fertile di scambi vivaci e produttivi – fonte di ricchezza e di vita comunitaria – nel quale la città ha fatto valere il suo aristocratico dominio sulla campagna.</p>
<p>Tutto ciò ha portato a configurare una particolare cultura della città, espressa nelle frequenti pratiche di mercato che si sviluppano nel corso dell’anno: in particolare nella lunga tradizione del mercato del giovedì che richiama grandi quantità di popolazioni dai comuni limitrofi e dalla piana, in una pacifica aria di festa che testimonia il valore del mercato come luogo di incontro e di vivacizzazione degli spazi urbani.<a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/06/mercato_interno_2.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-6410" title="mercato_interno_2" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/06/mercato_interno_2-150x150.jpg" alt="mercato_interno_2" width="150" height="150" /></a></p>
<p>L’edificio Mercato di Piazza Terzi sorge oggi – malgrado il degrado in cui si è lasciato cadere – come un <em>landmark</em> di una storia ampiamente vissuta: ossia come punto di riferimento, luogo storico, epocale, che <em>fa la storia di quel rapporto tra città e campagna</em>.</p>
<p>Oggi Sarzana ha perso i segni di quell’antica stagione di mercati coperti: il mercato di piazza San Giorgio, bella e ariosa copertura in ferro, è stato demolito per fare posto ad un parcheggio. La progettata demolizione dell’ex  Mercato ortofrutticolo configura la perdita di un segno urbano forte e ormai unico nel suo genere, che richiama quella storia: storia importante, che oggi il processo di urbanizzazione diffusa e ‘sgangherata’ della piana sta distruggendo, senza lasciare traccia di memoria. Se quel rapporto – città e campagna – è oggi inesorabilmente mutato, tuttavia è necessario che la elaborazione critica di quella memoria  – anche a livello di pratiche urbane – non vada perduta.</p>
<p>Di tale rapporto vanno trovate forme nuove, salvando con creatività innovativa una storia pregressa, impedendo consumi di suolo che non sappiano unire passato e futuro. Di Piazza Terzi e del suo Mercato si dovrebbe fare una preziosa risorsa: per fondare allo stesso tempo la testimonianza viva di un passato ancora vivo nella memoria collettiva della città e la sua interpretazione verso una vivacità di relazioni, di scambi, di nuovo luogo di vita – direi di mercato e di teatro, di incontri e di vita collettiva – di cui Sarzana ha bisogno per rinnovarsi nelle forme di vita urbana.</p>
<p>Invece della demolizione si può assai più utilmente e felicemente pensare l’edificio esistente come spazio dal quale muovere per costruire, con fertile proposta innovativa, un momento di nuova, pubblica, identità urbana, tra passato e futuro.     <em></em></p>
<p><strong>Arch. Silvano D’Alto</strong></p>
<p>già docente di “Sociologia urbana e rurale” e di “Sociologia dell’Ambiente” all’Università di Pisa</p>
<p>membro del Comitato scientifico della Fondazione Michelucci di Firenze</p>
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		<title>Cittadini e territorio, il caso Sarzana al convegno di Trento di sociologia ambientale</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 12:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cittadini, politici e "archistar". In un saggio del professor Silvano D'Alto al Convegno di Trento dei Sociologi dell'Ambiente una riflessione su identità urbana e consenso. I casi di Albaro, Boccadasse e Sarzana. Testo integrale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/06/cittadini-e-territorio-il-caso-sarzana-al-convegno-di-trento/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>Pubblichiamo per gentile concessione del professor Silvano D&#8217;Alto la sua relazione al Convegno di Trento dei Sociologi dell&#8217;Ambiente del novembre 2009. Si tratta di un corposo saggio che affronta il tema della partecipazione, delle scelte urbanistica, della tutela dell&#8217;identità urbana prendendo come riferimento tre casi di mobilitazione dei cittadini per partecipare ai processi di trasformazione della loro città. Crediamo sia un contributo importante nel dibattito su urbanistica e partecipazione che si sta sviluppando in tutta Italia non solo nel mondo accademico e culturale.</p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/04/001_Identita-senso-urbano-partecipazione.pdf" target="_blank">Introduzione</a></p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/04/002_Lido-di-Albaro.pdf" target="_blank">Lido Di Albaro</a></p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/04/003_Boccadasse.pdf" target="_blank">Boccadasse </a></p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/04/004_Sarzana.pdf" target="_blank">Sarzana</a></p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/06/cittadini-e-territorio-il-caso-sarzana-al-convegno-di-trento/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il professor Ruschi: &#8220;Demolire il Mercato? Grave danno al razionalismo in Liguria&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 22:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esprime stupore per l'intenzione dell'Amministrazione di Sarzana di demolire il Vecchio Mercato: "Un grave danno al patrimonio storico artistico italiano". A parlare il professor Ruschi, luminare di restauro architettonico ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/06/il-professor-ruschi-demolire-il-mercato-un-grave-danno-testimonianza-razionalista-in-liguria/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>Esprime stupore per l&#8217;intenzione dell&#8217;Amministrazione comunale di Sarzana di demolire il Vecchio Mercato di piazza Terzi: &#8221;Sarebbe un grave danno al patrimonio storico artistico italiano&#8221;. Questa volta a parlare non è un Comitato di cittadini amanti della loro città, ma il professor Pietro Ruschi, uno dei più qualificati esperti italiani di restauro architettonico. Ha letto<a href="http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/demolizione-dellex-mercato-come-cancellare-la-storia-eroica-del-dopoguerra/" target="_blank"> sul nostro sito l&#8217;articolo di Barbara Sisti</a>, storica dell&#8217;arte, e le ha inviato un suo contributo in cui esprime &#8220;l&#8217;auspicio che le amministrazioni competenti decidano rapidamente per la conservazione di questa architettura&#8221;, &#8220;una delle prime testimonianze razionaliste del periodo postbellico in Liguria. <a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/06/mercato_interno_2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-6410" title="mercato_interno_2" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/06/mercato_interno_2.jpg" alt="mercato_interno_2" width="400" height="298" /></a><br />
Pietro Ruschi, 67 anni, una vita professionale spesa tra impegno per le Soprintendenze, l&#8217;università di Udine, di Pisa, di Roma e grandi cantieri di  restauro di palazzi pubblici e privati, può essere veramente definito un&#8217;autorità nel settore della valutazione e del restauro di opere architettoniche. Laureato a Firenze con 110 e lode, ha prestato dapprima servizio presso la Soprintendenza per i Beni ambientali e architettonici di Firenze e Pistoia, dirigendo numerosi restauri. Nel 1992 ha intrapreso la carriera universitaria dapprima presso l&#8217;Università degli Studi di Udine e, dal 2008 presso la facoltà di di ingegneria di Pisa, corso di laurea magistrale in Architettura e Urbanistica, dove insegna restauro architettonico. Può vantare, caso raro, anche un diploma di Archivistica presso l&#8217;Archivio di Stato di Firenze. Onorati di pubblicare il suo autorevole scritto nella speranza che chi ha l&#8217;autorità, rifletta.<a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/06/ruschi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6467" title="ruschi" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/06/ruschi.jpg" alt="ruschi" width="650" height="766" /></a></p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/06/il-professor-ruschi-demolire-il-mercato-un-grave-danno-testimonianza-razionalista-in-liguria/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Campos Venuti: Città senza cultura. Conferenza alla Spezia</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 21:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[Dai quotidiani]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; uno dei miti dell&#8217;urbanistica italiana del XX secolo. Giuseppe Campos Venuti sarà lunedì 7 giugno alle ore 17 al Centro Allende ai giardini pubblici della Spezia per presentare il suo libro &#8220;Città senza cultura&#8221;, un&#8217;intervista sull&#8217;urbanistica curata da Federico Oliva, presidente dell&#8217;Istituto nazionale di architettura. Per chi è interessato all&#8217;urbanistica, alla città, al vivere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/06/campos-venuti-citta-senza-cultura-al-centro-allendeo-unita/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>E&#8217; uno dei miti dell&#8217;urbanistica italiana del XX secolo. Giuseppe Campos Venuti sarà lunedì 7 giugno alle ore 17 al Centro Allende ai giardini pubblici della Spezia per presentare il suo libro &#8220;Città senza cultura&#8221;, un&#8217;intervista sull&#8217;urbanistica curata da Federico Oliva, presidente dell&#8217;Istituto nazionale di architettura.</p>
<p>Per chi è interessato all&#8217;urbanistica, alla città, al vivere civile, al paesaggio e all&#8217;ambiente è un&#8217;occasione da non perdere.</p>
<p>Di seguito pubblichiamo un articolo dedicato al Campos Venuti dal quotidiano L&#8217;Unità.</p>
<p><strong>Il federalismo di berlusconi spingerà i comuni alle peggiori mascalzonate</strong></p>
<p>di Jolanda Bufalini</p>
<p>È un tuffo nella cultura del Novecento, fra Karl Marx e economia classica liberale, la conversazione con Giuseppe Campos Venuti, che ha affidato ad un libricino denso quanto agile, le riflessioni di un cinquantennio abbondante di urbanistica. Rendita, profitto, riformismo, massimalismo, sembra di cogliere un gusto ironico nell’uso di categorie considerate demodé ma niente affatto aride, come dimostrano le pagine su l’Aquila, precocissime, visto che materialmente l’intervista fu registrata nel maggio 2009: «Appena possibile la gente deve tornare nelle sue strade comprando nei negozi riaperti&#8230;vedere i monumenti sui quali sono cominciati i consolidamenti più facili, si devono riaprire gli edifici pubblici..Rendendo consapevoli che i lavori non saranno brevi ma che i cittadini si sono già riappropriati della loro città». Campos Venuti critica le piattaforme anti-sismiche sovradimensionate delle new town di berlusconi, «sono proporzionate a palazzi di otto piani» ma non risparmia critiche alla sua parte: «La politica in genere non ama l’urbanistica, forse perché impone regole, e la sinistra è lenta a capirla». Ora poi persino l’Emilia Romagna, dove Campos arrivò, mandato da Alicata, come giovane assessore nelle giunte di Dozza a Bologna, ha cancellato l’assessorato all’urbanistica. Lei si definisce un “urbanista riformista”&#8230; «Lo so, è un termine sputtanato&#8230;ma io uso un lessico storico, non berlusconiano e quelle che Berlusconi sta facendo sono controriforme e non riforme. Riformismo è produrre cambiamenti positivi, senza usare i metodi coercitivi o cruenti della rivoluzione. E nell’urbanistica è più facile: in Italia c’è una legge approvata quasi per caso, quando le truppe dell’Asse erano a El Alamein. Altri paesi hanno adeguato la legislazione, noi siamo fermi a 65 anni fa». A proposito di riforme del governo: è stato votato il federalismo demaniale «È una follia che spingerà i comuni alle peggiori mascalzonate. Un finto federalismo che costringerà i comuni virtuosi a sobbarcarsi costi insopportabili di manutenzione, e gli altri a creare un attivo perverso attraverso speculazioni e varianti. I comuni, d’altra parte, sono fra l’incudine e il martello perché, non solo gli è stata tolta integralmente l’Ici, che Prodi aveva abolito al 40% per ragioni sociali. C’è anche una legge di Berlusconi (purtroppo non cancellata da Prodi nel 2006) che autorizza ad usare gli oneri di urbanizzazione – già bassi in Italia- per le spese di bilancio ordinarie, dagli stipendi dei vigili urbani a quelli dei bidelli. Ma gli oneri di urbanizzazione non fanno parte del bilancio comunale, sono il contributo che il costruttore deve dare ai servizi urbani in cambio della autorizzazione a costruire. Se il quesito fosse sottoposto alla Corte costituzionale questo scippo non potrebbe che essere considerato incostituzionale». Lei polemizza con quelli che chiama urbanisti massimalisti, sulla questione degli espropri. «Io ho fatto gli espropri a Bologna, quando erano a prezzi bassi. Ma ora il prezzo è di mercato e, da quando è venuto meno l’elemento punitivo dell’esproprio, le città hanno cominciato a crescere male. Non riesco a capire che sinistra sia quella che vuole gli espropri: a prezzo di mercato si fa un favore alla rendita, tanto più che il comune è obbligato a costruire entro cinque anni mentre il diritto dei privati è sine die». La sua impostazione, ovvero un piano programmatico più un piano operativo prescrittivo di 5 anni, fa cadere il diritto edificatorio acquisito dai privati con i vecchi Prg? «Non lo cancella ma lo addormenta. Il programma a priori permette al comune di scegliere, fra le proposte dei privati che rientrano nelle norme già stabilite, quelle che danno di più come verde pubblico e servizi. Senza nessuna contrattazione, tutte le previsioni previste nel piano operativo valgono cinque anni passati i quali il diritto a costruire scade». Però i suoi critici dicono che dietro questo metodo si nasconde la contrattazione «No, se oggi Alemanno a Roma per costruire la linea C della metropolitana si sta mangiando altri pezzi di Agro romano, questo si deve anche alla legge regionale sbagliata, che fu voluta da Rifondazione ». Nel suo libro insiste molto sui danni prodotti da una rendita eccessivamente alta «La rendita è la cosa peggiore, perché sul profitto si possono fare delle battaglie, per redistribuirlo. La rendita, invece, viene in tasca senza far nulla. Al massimo si deve corrompere un assessore per ottenere una variante urbanistica. E in Italia la rendita è altissima. In Francia si aggira intorno al 14%, da noi è intorno al 50%. E’ uno dei motivi per cui ai costruttori non conviene fare case belle, guadagnano già abbastanza con la speculazione sulle aree. Bisognerebbe tassare la rendita urbana» Perché? « Noi che ci occupiamo di urbanistica e di opere che servono all’urbanistica, il significato del debito pubblici lo capiamo meglio di altri. Il debito alto in Italia è cominciato negli anni del Caf, contrastato da Ciampi e Prodi, si è aggravato pesantemente con Berlusconi e continua a penalizzare l’Italia. in venti anni a Madrid si sono realizzate sette linee metropolitane, a Roma una sola. E i valori immobiliari siano aumentati proprio negli anni Ottanta, in parallelo con il debito pubblico, non è una coincidenza ma la conseguenza di una situazione in cui crescono le rendite urbane e finanziarie». Tornando alle”riforme” di Berlusconi, c’è anche il Piano case «Bisognerebbe che il centro sinistra facesse capire che il Piano Casa danneggia il costruito, danneggia i vicini. Le faccio l’esempio di Molinella, un comune del bolognese di cui mi sono occupato nell’ultimo decennio. Lì non tutti hanno sfruttato al massimo la possibilità di costruire, c’è quindi una riserva legale che riguarda il 56% circa della popolazione. È chiaro che, se quel 44% che ha già esaurito la propria quota di costruito, utilizzerà il Piano case di Berlusconi, farà un danno agli altri, a quelli che pensavano di avere il verde davanti e invece si troveranno a poca distanza un muro. Alla violazione legalizzata dei piani urbanistici esistenti, e quindi al danno per la collettività, si aggiunge il danno ai privati. Ma la sinistra è lenta nelle cose urbanistiche, mentre io sono convinto che sia importante conoscere per governare. Non serve strillare, perché la gente, invece di ascoltare, si tappa le orecchie, serve conoscere e trovare soluzioni di buon senso. Il buon senso è rivoluzionario». Negli ultimi anni c’è stato un proliferare di centri commerciali «I centri commerciali non si possono imputare agli urbanisti, sono i politici a trattare queste cose direttamente. Io capisco che, per certi aspetti, la grande distribuzione ha un senso economico ma, dal punto di vista urbanistico, il presidio del negozio nel quartiere significa sicurezza e vivibilità ambientale. Però i piccoli commercianti non ce la fanno, gli affitti sono troppo onerosi, e bisognerebbe pensare come aiutarli. E pensare che quando ho cominciato, per gli operai il commerciante era la longa manus del capitalismo. La vita cambia ma non per colpa dell’urbanista».</p>
<p>3 giugno 2010</p>
<p><a href="http://cerca.unita.it/data/PDF0115/PDF0115/text6/fork/ref/101549oe.HTM?key=mascalzonate&amp;first=1&amp;orderby=1" target="_blank">pubblicato su L&#8217;Unità</a></p>
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		<title>Tutela del paesaggio: le strade della Regione lastricate di buoni propositi</title>
		<link>http://www.sarzanachebotta.org/2010/05/tutela-del-paesaggio-le-strade-della-regione-lastricate-di-buoni-propositi/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 09:38:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.sarzanachebotta.org/?p=6087</guid>
		<description><![CDATA[Nel 2008 in un meeting della Regione sul paesaggio il direttore Lorenzani enunciava i principi per mantenere le specificità dei luoghi. Mentre parlava, Botta e la Lega Coop omologavano Sarzana a Treviso e Lugano. La Regione cede ai poteri forti?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/05/tutela-del-paesaggio-le-strade-della-regione-lastricate-di-buoni-propositi/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>di <strong>Silvia Lanfranchi</strong> e <strong>Sara Frassini</strong></p>
<div id="attachment_6235" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/05/botta.jpg"><img class="size-full wp-image-6235" title="botta" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/05/botta.jpg" alt="Via Muccini vista da Botta" width="150" height="124" /></a><p class="wp-caption-text">Via Muccini vista da Botta</p></div>
<div id="attachment_6233" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/05/piarulli.jpg"><img class="size-full wp-image-6233 " title="piarulli" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/05/piarulli.jpg" alt="Via Muccini vista da Piarulli" width="150" height="124" /></a><p class="wp-caption-text">Via Muccini vista da Piarulli</p></div>
<p>Nel 1998 le prescrizioni tassative della Regione Liguria al Piano Regolatore parlavano chiaro: nell&#8217;area Progetto 3 (via Muccini e piazza Terzi) nelle nuove costruzioni in progetto andava assolutamente rispettata la tipologia architettonica ligure (tetti a falde e colore in facciata, logge e terrazzi). La Regione impose la prevalenza dei tetti a falde (ben l&#8217;80 per cento), cosa che troviamo puntualmente nei palazzi già realizzati o in via di ultimazione in Via Muccini cioè l&#8217;ex Biava, l&#8217;ex Vetraia e l&#8217;ex palazzo dei Carabinieri (tetti a falde, facciate intonacate e colorate secondo la tradizione ligure, prevalenza di logge sui terrazzi a sbalzo erano già nei disegni di Gino Piarulli).</p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/04/meeting.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-6092" title="meeting" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/04/meeting.jpg" alt="meeting" width="400" height="250" /></a>Dieci anni dopo, nel 2008, mentre il direttore generale del dipartimento territoriale, Franco Lorenzani, teneva a Genova un meeting sul paesaggio ligure, proponendo un seguito operativo, attraverso azioni specifiche volte a correggere e migliorare le scelte degli enti, il comune di Sarzana intraprendeva un breve iter di Variante al PRG del &#8217;98, ignorando completamente quelle poche prescrizioni imposte dalla regione negli anni precedenti.</p>
<p>Abbiamo riletto gli atti di questo Meeting  perchè è un passaggio, diceva lo stesso Lorenzani, direttore generale del Dipartimento di urbanistica della Regione, <em>organizzato non per mettere in scena buoni propositi, ma per assumere impegni precisi</em>. Concretizzarli ci sembra però l&#8217;unica strada che permette a questa raccolta di idee di non rimanere banali “buoni propositi” o peggio delle &#8220;buffonerie&#8221;, come direbbero i francesi.</p>
<p>Vediamo cosa sosteneva proprio Lorenzani mentre Mario Botta stravolgeva l&#8217;immagine di Sarzana con i suoi cubi di mattoni rossi, i tetti piani e i palazzi ad arco retto già realizzati in mezzo mondo. Per non intaccare quel precario equilibrio mantenuto dalla riviera del levante (rispetto al ponente) &#8211; scriveva Lorenzani (in corsivo le sue affermazioni più rilevanti) &#8211; è importante intervenire dettando linee guida, diversificate per ogni zona, con particolare attenzione verso “il paesaggio”, <em>inteso come paesaggio nella sua componente percettiva</em>, che ha come caratteristica principale <em>“le diversità”.</em></p>
<p><em>Agire per la qualità del paesaggio vuol dire dunque,</em> secondo Lorenzani,<em> impegnarsi a mantenere queste diversità, le specificità che fanno i “tanti paesaggi”, ciascuno con le sue ricchezze,  la sua storia e le sue contraddizioni. </em>Proprio come Sarzana!!</p>
<p>Lorenzani sottolinea come sia l&#8217;amministrazione regionale si debba assumere il compito di scegliere tra interventi sostitutivi ed interventi aggiuntivi, ma sono i progettisti a dover collaborare con la Regione per <em>l’approfondimento delle alternative possibili. Fermarsi ad indicare ciò che sarebbe bene fare come scelta ottimale (e, tanto peggio, fermarsi a dare forma tecnica alle aspettative del committente) non aiuta molto.</em></p>
<p><em>In Liguria tutto ciò che di nuovo si realizza è di immediata visibilità da tutte le angolature, da sopra e da sotto. La responsabilità di chi progetta in questo territorio ad esposizione “tridimensionale” è enorme. Non ci si può nascondere nelle nebbie o perdersi dietro le file di altre costruzioni</em>.<em> </em></p>
<p>Teniamo bene a mente quest&#8217;ultimo concetto mentre facciamo uno sforzo di immaginazione: pensiamo all&#8217;impatto delle costruzioni in progetto per Via Muccini .</p>
<p><em>I progettisti devono prendersi tutto lo spazio e tutta la responsabilità necessari. Devono anche al loro interno, insomma, alzare un po&#8217; la testa rispetto a quella che rischia di diventare l&#8217;immagine deformata <strong>di un mondo professionale diviso fra grandi firme, che hanno invenzioni geniali e a cui tutto è permesso</strong>, e il un numero ben più diffuso dei “professionisti normali”, che fanno un pò quello che possono, schiacciati fra regole, burocrazia e pretese dei committenti.</em></p>
<p>Non sembra parlare proprio del caso sarzanese? Della grande firma Mario Botta a cui tutto è premesso? Una grande firma a cui è permesso perfino l&#8217;utilizzo di un materiale di finitura non ligure. Perfino le finestre non liguri. Perfino la prevalenza di tetti piani.</p>
<p><em>E’ in dubbio che anche le opere pubbliche non si sottraggono alla critica di essere, spesso, offese del paesaggio</em>, continua Lorenzani. <em>Questo significa che per quanto riguarda le opere pubbliche, dobbiamo mettere in campo un cambiamento di rotta, in nome di una nuova qualità. Sul rapporto fra i nostri finanziamenti e opere pubbliche, c’è bisogno di un impegno forte e costante per la qualità del progetto</em>.</p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/10/2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3980" title="2" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/10/2.jpg" alt="2" width="400" height="267" /></a>Ma allora, se dopo aver letto questi interventi, risulta evidente che il “Piano Botta” non risponde  a nessun criterio di tutela del paesaggio ligure esistente, come potrà la Provincia, cioè l&#8217;Ente pubblico preposto all&#8217;approvazione del Piano su delega della Regione, ignorare tutte questi concetti e approvare il Piano Botta così com&#8217;è, in tutta la sua violenza culturale e architettonica sul territorio tale da trasformare una grande fetta del centro di Sarzana in un omologo quartiere di Treviso, Sesto San Giovanni o Lugano? E come potrà la Provincia ignorare le prescrizioni della Regione del 1998? Saprà dimostrare di non essere subalterna agli interessi del grande gruppo cooperativistico privato che ha imposto i nuovi disegni della città attraverso l&#8217;uso della grande firma?</p>
<p>Vediamo se i nostri amministratori, anche ai più alti livelli, vogliano smentire la vulgata che di fronte alla forza degli interessi di grandi gruppi privati è molto più facile fare chiacchiere che mettere in atto quei famosi <strong>“buoni propositi”.</strong> Per questo scriveremo alla Regione e alla Provincia per richiamarli ai <strong>loro principi</strong>.</p>
<p>(intervento Lorenzani: <a href="http://www.liguriapaesaggio.it/Atti/018-024.pdf" target="_blank">prima parte</a>)</p>
<p>(intervento Lorenzani: <a href="http://www.liguriapaesaggio.it/Atti/025-031.pdf" target="_blank">seconda parte</a>)</p>
<p>(<a href="http://www.liguriapaesaggio.it/" target="_blank">link al sito</a>)</p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/05/tutela-del-paesaggio-le-strade-della-regione-lastricate-di-buoni-propositi/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Corona sull&#8217;ex Mercato: &#8220;La storia non si cancella&#8221;</title>
		<link>http://www.sarzanachebotta.org/2010/02/corona-sull%e2%80%99ex-mercato-%e2%80%9cla-storia-non-si-cancella%e2%80%9d/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2010 21:22:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>

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		<description><![CDATA[Le lacrime di Corona, presidente dell'Hockey Sarzana, sull'ex Mercato. Sul sito della società ha scritto: "L'illustre architetto ticinese ha deciso la sua fine". Lacrime di coccodrillo. Corona ha votato il Piano Botta in Consiglio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/02/corona-sull%e2%80%99ex-mercato-%e2%80%9cla-storia-non-si-cancella%e2%80%9d/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/02/corona_rimp1.JPG"><img class="alignright size-full wp-image-5377" title="corona_rimp" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/02/corona_rimp1.JPG" alt="corona_rimp" width="149" height="133" /></a></p>
<h3><span style="font-weight: normal;">di </span>Roberta Mosti <span style="font-weight: normal;">e <strong>Carlo Ruocco </strong></span></h3>
<p>Maurizio Corona è uno di quelli a cui la carica di presidente piace. Ne ricopre due: presidente del Consiglio Comunale di Sarzana e presidente dell&#8217;Hockey Sarzana. Ma anche lui è caduto sul conflitto di interesse. Roberta Mosti ha scovato nell&#8217;archivio del sito dell&#8217;Hockey Sarzana uno scritto firmato da Corona presidente sportivo. E&#8217; del 19 marzo 2009. Già il titolo è tutto un programma: &#8220;La storia è di chi la scrive, non di chi la racconta&#8221;.<br />
E Corona la storia, nell&#8217;articolo, la racconta. E&#8217; la storia dell&#8217;ex Mercato ortofrutticolo di Sarzana, &#8220;crocevia di tutti gli agricoltori della Val di Magra &#8230;.. luogo in cui i contadini di tutta la vallata scendevano per vendere al miglior offerente il loro raccolto&#8221;. Situato per giunta in una piazza dedicata al sindaco Terzi dell&#8217;eroica Sarzana del 1921. E sottolinea: &#8220;Il più importante mercato ortofrutticolo della provincia&#8221;. Quindi la frase da annoverare tra le frasi celebri del Nostro Presidente: &#8220;Ho pensato che la storia non si cancella&#8221;.</p>
<p>Peccato che solo undici giorni dopo, il 30 marzo, Maurizio Corona, indossata la veste di presidente del Consiglio comunale, metteva ai voti e votava la variante di via Muccini, meglio nota come Piano Botta, che prevede la demolizione di quel pezzo tanto importante di storia sarzanese. Corona nell&#8217;articolo mostrava dolore per quel Vecchio Mercato, &#8220;di cui &#8211; scriveva &#8211; l&#8217;illustre architetto ticinese ha deciso la fine&#8221;.<br />
<strong>&#8220;La storia è di chi la scrive&#8221;</strong>, e Corona col suo voto sul Piano Botta l&#8217;ha scritta. &#8220;La storia (l&#8217;ex Mercato) non si cancella&#8221;. E Corona col suo voto l&#8217;ha cancellata.<br />
Bella ma sfortunata prova, scrivono i cronisti sportivi per giustificare le disfatte della squadra di casa.</p>
<p>Esercizio di ipocrisia politica, scrivono i giornalisti di pagine più impegnate. Il presidente dell&#8217;Hockey Sarzana il 19 marzo 2009 fingeva di ignorare che  la fine del mercato non era affatto decisa. Mario Botta, ancorché illustre architetto, non era e non è il Podestà di Sarzana. Non poteva decidere un bel nulla. Il suo progetto (e con esso la demolizione del Vecchio Mercato) per passare aveva bisogno del voto decisivo del Consiglio comunale e del suo presidente &#8230;.. Maurizio Corona. E&#8217; probabile che quando il 19 marzo  scrive l&#8217;articolo per il sito, Corona avesse già firmato la convocazione al 30 marzo del Consiglio comunale per decretare la fine del Vecchio Mercato. Dottor Jeckyll e Mister Hyde.</p>
<p>Sabato scorso siamo entrati nel Vecchio Mercato col professor Giovanni Spalla, urbanista. La madre di una bambina del Pattinaggio ci ha chiesto meravigliata: &#8220;Lo demoliscono? E noi dove andiamo?&#8221;. Già, dove andrà l&#8217;Hockey Sarzana del presidente Corona? Lo potrebbero chiedere al Corona politico. Soprattutto ora che il Consiglio comunale ha votato anche la definitiva cancellazione dal Piano regolatore del Palazzetto dello sport per far posto all&#8217;ennesimo centro commerciale (ennesima Variante a un Piano Regolatore scaduto).<br />
<strong>Cosa ci aspettiamo?</strong> Che l&#8217;Hockey  Sarzana, il presidente Corona in testa, si mobiliti con il Comitato &#8220;Sarzana, che botta!&#8221; contro la demolizione di <a href="http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/1946-voto-segreto-per-scegliere-il-progetto-e-la-sede-del-mercato/" target="_blank">un pezzo di storia, perché &#8220;la storia non si cancella&#8221; (qui)</a>. Anzi, oggi il presidente (del Consiglio comunale) Corona sa che la Storia dei luoghi simbolici è <a href="http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/demolizione-dellex-mercato-come-cancellare-la-storia-eroica-del-dopoguerra/" target="_blank">tutelata da una legge dello Stato del 2004 (qui)</a>, che lui e i suoi colleghi hanno bellamente ignorato. Coraggio, dia un senso alle sue imponenti parole scritte il 19 marzo 2009. Riscatti sul campo la &#8220;bella, ma sfortunata prova&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.hockeysarzana.com/dettaglio.asp?ID=373" target="_blank">(qui  l&#8217;intervento di Maruzio Corona sul sito dell&#8217;Hockey Sarzana)</a></p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/02/corona-storico-dell-arte.jpg"><img class="size-full wp-image-5358 alignright" title="corona storico dell arte" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/02/corona-storico-dell-arte.jpg" alt="corona storico dell arte" width="700" height="1497" /></a></p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/02/corona-sull%e2%80%99ex-mercato-%e2%80%9cla-storia-non-si-cancella%e2%80%9d/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>De Architectura: Botta, la memoria dei luoghi o memoria di sè?</title>
		<link>http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/de-architectura-botta-la-memoria-dei-luoghi-o-di-se/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 23:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli architetti, le città, la memoria. Dopo Abitare e l'Avvenire, è il sito specializzato De Architectura a dibattere sul ruolo dell'urbanista. E inevitabilmente si parla di Sarzana e di Botta. Ma in città si pensa alle primarie!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/de-architectura-botta-la-memoria-dei-luoghi-o-di-se/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><h3><span style="font-weight: normal;">Sarzana e il piano Botta continuano ad essere riferimento di un dibattito nazionale sull&#8217;urbanistica, la città, la memoria, la partecipazione dei cittadini. Dopo il sito Abitare, la pagina culturale dell&#8217;Avvenire, ecco De Architectura con un saggio di Pietro Pagliardini affrontare i nodi del confronto.<br />
Solo a Sarzana, la città che si fregia del Festival della Mente, si ignorano i grandi temi e le importanti riflessioni sull&#8217;urbanistica contemporanea che il progetto Botta hanno scatenato. A conferma che il Festival si svilisce in città a mera occasione di consumo, un evento esclusivamente economico.<br />
A livello nazionale Botta, La Cecla, Pagliardini, Ray Lorenzo parlano di &#8220;memoria dei luoghi&#8221;, di architettura che deve rispettare la storia con scambi molto vivaci di opinione (Pagliardini: Botta ha memoria solo di se. I suoi progetti si assomigliano tutti&#8221; &#8211; vedasi il saggio integrale).<br />
A Sarzana, al massimo, si discute di primarie. Ma si tace che il prossimo sindaco, nuovo Principe come lo definisce Botta, deciderà il futuro urbanistico della città col nuovo PUC (Piano urbanistico comunale).<br />
<strong>Carlo Ruocco</strong> </span></h3>
<h3>ARCHISTAR E PARTECIPAZIONE</h3>
<p>da De Architectura (<a href="http://www.de-architectura.com/2010/01/archistar-e-partecipazione.html" target="_blank">link al sito originale</a>) di <strong>Pietro Pagliardini</strong></p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/de_architectura._min.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5122" title="de_architectura._min" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/de_architectura._min.jpg" alt="de_architectura._min" width="150" height="135" /></a>Leggo su <strong>Avvenire di domenica 3 gennaio </strong>e commentato dal sito <a href="http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/lavvenire-e-il-coraggio-di-fare-cultura/" target="_blank">SARZANA, CHE BOTTA!</a>, come segnalatomi in un commento da Enrico Bardellini, <strong>una pagina sulle archistar</strong> e, da contraltare, alcuni spunti sulla partecipazione dei cittadini alle scelte per la città.<strong> Scrivono il sociologo Franco La Cecla e rispondono a Leonardo Servadio, Mario Botta e Ray Lorenzo.</strong></p>
<p>L’Avvenire, con Leonardo Servadio e non solo, è un giornale molto attento al fenomeno dell’architettura e della citt</p>
<p>à, sempre con un taglio non modaiolo ma problematico in cui si mostrano anche aspetti più nascosti e meno esplorati della realtà.</p>
<p>Sul tema archistar credo di aver già detto cento volte ma <strong>Mario Botta</strong>, ammesso che appartenga al mondo delle archistar in senso stretto (credo appartenga più a quello dei “Maestri”, che sono i padri delle archistar, non tanto per età anagrafica quanto per appartenenza ad un’epoca) non delude mai e <strong>offre sempre spunti di discussione</strong>.</p>
<p>Botta mi sembra essere affetto più che da “polarità schizofrenica”, come scrive La Cecla, da una certa indeterminatezza nelle sue affermazioni, un dire e non dire che lascia le porte aperte ad interpretazioni diverse, anche se è certamente vero che poi sono i suoi progetti a parlare, come deve essere per ogni architetto, e quelli sono chiarissimi: troppo uguali a se stessi ovunque.</p>
<h4>Dice Botta: “L’architettura è ineludibile. Non si può spegnere come fosse una trasmissione che non ti piace o accantonare come un libro che ti delude”.</h4>
<p>Io credo che questa sia una profonda verità ma <strong>non sono sicuro affatto che Botta gli attribuisca lo stesso significato che gli attribuisco io, cioè che l’architettura non produce beni di consumo ma edifici per l’uomo realizzati per durare nel tempo, per l’eternità nelle intenzioni di ognuno, per cui, una volta costruiti, hanno il dono o la dannazione della permanenza, restano lì a perenne godimento o condanna di chi vi passa davanti e di chi vi abita e, appunto, non si possono spegnere come la radio, né rimuovere in soffitta come un quadro venuto a noia</strong>.</p>
<p>Può anche darsi che Botta intenda che l’Architettura, con la A maiuscola naturalmente, promana con tale forza dalle profondità interiori del suo autore da non poterla controllare o spengere.</p>
<p>Può darsi, dico, perché appunto <strong>l’indeterminatezza</strong>, e non la schizofrenia, <strong>mi sembra la cifra di Botta</strong>.</p>
<h4>E prosegue: “l’architettura non è lo strumento per costruire in un luogo, ma per costruire quel luogo”.</h4>
<p>Questa frase è <strong>ancora più scivolosa</strong>.</p>
<p>Esaminiamone il significato:</p>
<p>Potrebbe essere il segno di una grande attenzione ai luoghi perché <strong>potrebbe significare che ogni edificio contribuisce a dare vita (o morte) ad un luogo ma potrebbe anche significare che è l’architetto, indifferente ai luoghi, a crearli ogni volta proprio con le sue architetture</strong>. C’è del vero anche nella seconda possibilità, ma questa senza la prima vuol dire attribuire all’architetto una potenza che sovrasta i luoghi.</p>
<p>In entrambe le espressioni, e ancor più dal combinato disposto delle due, <strong>traspare in filigrana una concezione “titanica” della figura dell’architetto capace di creare, con la sua architettura ineludibile, la vita dei luoghi</strong>. E’ certamente una <strong>visione da archistar o Maestro</strong>, temperata, questa volta sì, da una specie di pudore, o polarità schizofrenica come dice La Cecla, quando Botta afferma che “<strong>gli architetti sono chiamati a lavorare anche sul terreno della memoria</strong>, che oggi è il vero antidoto alla globalizzazione”.</p>
<p>Come non essere d’accordo! Solo che <strong>Botta dà l’impressione di lavorare sulla memoria di se stesso, dato che i suoi progetti si assomigliano sempre</strong> e sono firmati, <strong>poco connessi alla memoria dei luoghi, della comunità, della funzione reale e simbolica stessa dell’edificio </strong>(si vedano le sue chiese), casomai al richiamo ad <strong>elementi costruttivi che costituiscono la memoria dell’architettura, e non dei luogh</strong>i, come l’<strong>arco</strong> o certe forme geometriche astratte o l’<strong>uso del paramento a blocchi pesanti</strong> o <strong>volumi fortemente legati al terreno</strong> (salvo alla Scala, dove c’è un ribaltamento gravitazionale con l’astronave levitante sul tetto).</p>
<h4>Ma Botta si esprime anche sulla partecipazione dei cittadini alle scelte per la propria città.</h4>
<p>Qui il discorso è davvero più difficile perché <strong>si corre il rischio della facile demagogia politica o, all’opposto, dell’aristocratico disprezzo verso le masse ignoranti</strong>.</p>
<p>Mi sembra che raramente si affronti il problema in maniera “laica” e razionale, rispettosa della realtà, cioè quella di <strong>considerare, semplicemente, gli individui come cittadini facenti parte di una comunità e quindi, per definizione, detentori del diritto di esprimersi e di decidere le sorti e la forma del proprio ambiente di vita, cioè la città</strong>. Questa è per me una certezza che risiede nell’essenza della città, invenzione che ha qualche millennio di storia e senza la quale dubito avrebbe potuto esserci la storia stessa.</p>
<p>L’unica incertezza e l’unico motivo di discussione, e anche di divisione, dovrebbe essere quello legato alla rappresentatività e alle modalità di accesso a quel diritto, vale a dire se ricorrere ad una democrazia diretta o ad una rappresentativa. Certamente <strong>è esclusa del tutto la possibilità che possano essere gli architetti a decidere da soli</strong>: non è proprio previsto nei moderni manuali di filosofia politica, essendo Platone superato da un pezzo, almeno su questo argomento.</p>
<p>Ray Lorenzo non lo conosco, le cose che dice nell’intervista mi sembrano molto ragionevoli e di buon senso. Credo tuttavia, ma davvero mi posso sbagliare, che l’esperienza di cui è portatore, cioè quella americana, non possa essere trasferita meccanicamente in Italia dato che penso che là la società civile americana sia molto più strutturata in maniera spontanea attraverso gruppi e associazioni libere da legami politici. In sostanza credo che la società civile sia molto più forte che da noi, dove tutto tende ad essere istituzionalizzato per essere ricompreso all’interno del più ampio e complicato processo politico. Ogni occasione da noi è buona per creare un’agenzia, un comitato ufficiale, un Ente, un gruppo di lavoro che, in un modo o nell’altro, fa riferimento a qualche forza politica o a qualche istituzione pubblica. Insomma mi sembra che in Italia il rischio di addomesticare ogni gruppo nato spontaneamente, quando non creato istituzionalmente dall’alto, sia altissimo.</p>
<p>Leggendo l’articolo di La Cecla sento parlare di facilitatori (un nuovo lavoro, né più né meno), di una stabile Agenzia a Torino e mi metto subito sul chi va là: qui c’è sotto qualcosa, qui non c’è nessuna spontaneità, qui c’è un sistema istituzionalizzato e addomesticato che poco ha a che vedere con la partecipazione vera. Assomiglia molto al Garante dell’informazione della Legge Urbanistica della Regione Toscana: non dico che sia un errore in senso assoluto, ma che sia da esaltare proprio no, perché la partecipazione per legge proprio non funziona, si riduce ad uno stanco rito privo di contenuti, come, ad esempio, le assemblee partecipative istituzionalizzate in ambito scolastico, ormai buone solo per saltare una mattina di lezione.</p>
<p>Personalmente, ma posso ricredermi, sono convinto che sia estremamente difficile coinvolgere davvero i cittadini nel corso del progetto. Ascoltare i cittadini prima è doveroso, saggio, utile e necessario, al pari di quello che avviene quotidianamente nel rapporto tra un architetto e il proprio cliente; progettare insieme ad una moltitudine di persone mi sembra utopico e non proprio agevole.</p>
<p>Credo invece, fermamente, nella scelta dei cittadini, nella consultazione popolare sul progetto o su più progetti. E’ successo spesso nel passato lontano e recente, deve succedere molto più spesso. E’ la democrazia, niente di più, niente di meno; è la politica.</p>
<h3>E Botta che dice? Cosa può dire se ultimamente viene contestato a Genova, a Sarzana!</h3>
<p>Alla domanda se può funzionare l’architettura partecipata, risponde: “Funziona dove l’architetto è in grado di dar forma al consenso. Che però può configurarsi anche come ‘rapina’… “.</p>
<p>Evidentemente lui ritiene di non essere adatto a dare forma al consenso ma anche a non fare rapine. Almeno la sincerità e l&#8217;onestà deve essere apprezzata.</p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/de-architectura-botta-la-memoria-dei-luoghi-o-di-se/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>D&#8217;Alto: un imbroglio parlare di partecipazione a progetti definiti. Rileggiamo De Carlo</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 23:46:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>

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		<description><![CDATA[Parlare di partecipazione quando i progetti sono già definiti, è un imbroglio. Lo sostiene il professor Silvano D'Alto, che invita a rileggere De Carlo, un grande urbanista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/dalto-un-imbroglio-parlare-di-partecipazione-a-progetti-definiti-rileggiamo-de-carlo/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><h4><em><strong>di Silvano D&#8217;Alto</strong></em><em><strong><br />
</strong></em></h4>
<h6><em><strong>&#8230;.</strong></em></h6>
<p>L’<a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/avvenire-03-01-10.pdf" target="_blank">articolo</a> di Franco La Cecla su ‘Avvenire’ e le <a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/avvenire-03-01-10.pdf" target="_blank">interviste</a> a Ray Lorenzo e a Mario Botta sono una bella occasione per riprendere il tema della partecipazione e continuare a riflettere sul processo di formazione di un progetto urbanistico e in particolare sulla progettazione degli spazi urbani.</p>
<h4>Liberiamoci dall’equivoco che avere sdraiato la Torre sia stata espressione di un processo partecipativo.</h4>
<p>Ne è stata la vera negazione: perché ridurre il motivo del contendere alla sola ed eminente presenza della Torre, ha significato introdurre un piccolo, ma vistoso cambiamento, per confermare un piano inaccettabile sotto il profilo urbanistico, sociale, culturale. <strong>Un imbroglio</strong> in parole povere.</p>
<p>La <strong>partecipazione alla formazione dei piani e degli insediamenti sta vivendo un momento significativo in Italia</strong> come bene ci informa La Cecla nel suo articolo. Come tutti i processi ha avuto i suoi inizi e i suoi <strong>casi emblematici</strong>: tipico il caso del <strong>Villaggio Matteotti di Terni</strong>, che fu una affermazione di principio e pratica di grande interesse non solo allora (si costruì tra il 1969 e il 1975) ma anche oggi, non per farne un modello partecipativo ma per riflettere sulle forme del rapporto tra cittadini, progettista, committente e in definitiva, sulla qualità degli spazi urbani prodotti, cioè su un vecchio, cruciale, problema urbanistico: il rapporto tra quartiere e città.</p>
<p>L’<strong>avversione di Botta al processo partecipativo</strong>, che lui ritiene – se bene ho capito – a rischio di demagogia, viene sostenuta <strong>proprio citando il caso del Villaggio De Carlo di Terni</strong>, dove, secondo il suo punto di vista, la partecipazione è stata un fallimento. Non fu così. La partecipazione fu, in quel caso, un esplicito assunto di partenza del progettista. Per avere una idea di come si svolsero le cose si può facilmente seguire <strong><a href="http://www.aamgalleria.it/video.php?show=7889&amp;cat=&amp;page=1" target="_blank">la divertente intervista a De Carlo </a></strong>di alcuni anni fa (ora De Carlo non c’è più) e una tesi di Hermann Schlimme da www.storiaurbana.it<span style="color: #000000;"><span><span> </span></span></span>(<a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/HERMANN-SCHLIMME.pdf" target="_blank">qui</a>) che tende a considerare marginale la partecipazione degli utenti al progetto del quartiere, già completamente definito – egli sostiene – da De Carlo in sei punti tuttora molto interessanti e che accludo (<a href="http://www.sarzanachebotta.org/2010/12/i-6-punti-di-de-carlo/" target="_blank">qui</a>) pensando siano molto utili anche per ripensare il caso di Sarzana.</p>
<p>Oggi la partecipazione ha modalità e peculiarità nuove e assai più complesse rispetto al caso di Terni. Quello fu in sostanza un villaggio industriale, commissionato da una grande industria ad un architetto, molto simile al caso dei Villaggi industriali del XIX (Larderello di G. Michelucci, Crespi d’Adda, Villaggio Leumann a Torino, Nuova Schio in Italia; Port Sunlight, Bournville, Saltaire in Inghilterra). Fu un processo partecipativo che aveva i limiti che il tipo di committenza stesso – non pubblica, ma privata, per realizzare case per i lavoratori dell’industria – implicava.</p>
<p><strong>Nel presente il processo partecipativo ha un altro respiro</strong>, con una maggior consapevolezza politica da parte dei Comitati di cittadini che si oppongono a processi di uno sprawl – sviluppo ‘sgangherato’ degli insediamenti – pervasivo, senza memoria, senza relazione, senza identità.</p>
<h4>Il piano Botta è fuori dalla prospettiva partecipativa: non la gradisce, non ci crede, perché nasce tutto d’un pezzo dalla mente di Minerva, dea della Sapienza.</h4>
<p><strong>Botta </strong>si concepisce <strong>al servizio del committente</strong> senza interferire sulle scelte urbane che non ritiene di propria competenza. Posizione rispettabile per un professionista. Ma la accetta evitando ogni possibile forma di discussione (è tempo perso, il consenso deve essere raggiunto il più possibile rapidamente, forse urgono progetti più complessi e interessanti). Perciò, a Sarzana, si affida al contenuto del vecchio Piano regolatore, senza discutere il senso degli interventi da attuare in rapporto al futuro urbano della città. Siamo dentro l’idea dell’<strong>architetto demiurgo</strong> – o comunque fedele servitore del potere – che risolve i problemi con la presentazione della sua idea (ma <strong>come non accorgersi del profilo ormai inadeguato, francamente speculativo, delle scelte?</strong>).</p>
<p>Come sostiene<strong> Ray Lorenzo</strong> “l<strong>a progettazione partecipata dovrebbe cominciare prima</strong> che siano concepiti i piani di sviluppo delle aree urbane”.</p>
<h4>Il piano del ‘94 era vecchio e lasciava, già in origine, ampie perplessità. Si doveva cogliere l’occasione per rivederlo, non per consolidarlo pesantemente alla vigilia della sua scadenza.</h4>
<p>Fu un errore e <strong>gli errori possono essere mortali: cioè possono uccidere le città</strong>. Qui si sta esaltando il senso della periferia, non quello della città. <strong>Botta difende le forti volumetrie, sostiene, per contenere l’invasione della campagna</strong>. Ma <strong>così, a Sarzana si urbanizza tutto</strong>: città e compagna con tanti saluti sia all’idea di città che a quella di campagna.</p>
<h4>Ricominciamo dal rapporto città-campagna.</h4>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/prima-che-la-citta-cancelli-la-campagna-4-proposte/" target="_blank">Silvia Minozzi ci ha riportato i contenuti della relazione di Salzano al Convegno delle Cinque Terre</a>. <strong>Ripartiamo dal rapporto città-campagna</strong>, oggi così mutato rispetto al passato, ma così centrale per tenere uniti due termini da non perdere nella loro essenziale relazione. I piani regolatori ci vuole tempo per realizzarli. <strong>Si può ancora pensare e discutere, anche se le scelte sono fatte</strong>. Proprio perché sono fatte e non ci piacciono. Così si può costruire il futuro, senza adagiarsi sulla pesantezza del presente.</p>
<h4>Così si può anche evitare la demagogia – come chiamarla altrimenti ? – di costruire pesantemente in città, per ‘salvare’ la campagna.</h4>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P.sdfootnote-western { margin-bottom: 0cm; font-family: "Arial", sans-serif; font-size: 10pt; so-language: de-DE } 		P.sdfootnote-cjk { margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt } 		P.sdfootnote-ctl { margin-bottom: 0cm; font-size: 10pt; so-language: he-IL } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --></p>
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		<title>L&#8217;Avvenire è il coraggio di fare Cultura</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 23:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[Dai quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[I Botta e Risposta]]></category>

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		<description><![CDATA[Sarzana al centro del dibattito nazionale sull'urbanistica partecipata. Come esempio negativo, ovviamente. Merito dell'inserto culturale de L'Avvenire di domenica che ha messo a confronto La Cecla, Botta e Ray Lorenzo. Tutto da leggere. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/lavvenire-e-il-coraggio-di-fare-cultura/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><div class="mceTemp">di <strong>Carlo Ruocco</strong></div>
<div class="mceTemp">Un&#8217;intera pagina dedicata alla riflessione sul modo di fare urbanistica oggi, sull&#8217;uso delle grandi firme dell&#8217;architettura per far passare progetti faraonici tagliando fuori i cittadini, cercando il loro consenso dopo aver operato le scelte e tacciandoli con lo stucchevole ritornello: &#8220;Che titolo avete per giudicare una star?&#8221;</div>
<div class="mceTemp">Ebbene il quotidiano dei Vescovi italiani, l&#8217;Avvenire, domenica ha portato un grande contributo al dibattito. Un&#8217;intera pagina introdotta da una pregevole riflessione dell&#8217;architetto antropologo professor Franco La Cecla e corredata da due interviste con testi contrapposte: una a Ray Lorenzo, architetto di scuola statunitense, che sostiene la partecipazione dei cittadini nella fase preliminare dei piani, l&#8217;altra a Mario Botta, che vede, ovviamente, la partecipazione come ostacolo al genio creativo con possibilità di derive demagogiche.</div>
<div class="mceTemp">E all&#8217;interno di questo confronto, Sarzana la fa da protagonista. Il professor La Cecla la indica come esempio negativo di partecipazione, di programmazione democratica dell&#8217;uso del territorio. Il grande antropologo mette il dito sulla piaga: gli edifici progettati estranei alla cultura del luogo, gli stessi progettati da Botta in altre città, in altre nazioni, in altri contesti storici.</div>
<div class="mceTemp">Mario Botta, ovviamente, difende il suo operato, scaricando ancora una volta le responsabilità sulle scelte dell&#8217;Amministrazione &#8220;Qui ci sono volumetrie che scaturiscono da indici di edificabilità decisi dall&#8217;amministrazione comunale, sulla cui base sono già stati assegnati i lotti &#8230;. La decisione è già presa&#8221;.</div>
<div class="mceTemp">Il grande architetto dimentica (o proprio ignora) che un lotto è pubblico, che il piano regolatore ha già superato i dieci anni e deve essere sottoposto a verifica, che le volumetrie, proprio per questa ragione, non sono immutabili. E finge di dimenticare che una grande firma dell&#8217;architettura può anche scegliere di non avallare deliri costruittivi.</div>
<div class="mceTemp">Botta però non si difende dall&#8217;accusa di proporre le stesse costruzioni a Treviso, a Sesto San Giovanni, ignorando &#8220;la memoria dei luoghi&#8221; da lui stesso teorizzata come riferimento fondante di una buona architettura. La Cecla non a caso parla di &#8220;bipolarità schizofrenica&#8221; tra quanto le Archistar scrivono e quanto realizzano.</div>
<div class="mceTemp">Botta però dice anche una cosa sulla &#8220;progettazione partecipata&#8221;. Dice: &#8220;funziona dove l&#8217;architetto è in grado di dar forma al consenso&#8221;.</div>
<div class="mceTemp">Ci scusi, Maestro, ma come può dare &#8220;forma al consenso&#8221; se non ha mai ascoltato la città, i suoi abitanti, prima di schizzare palazzi ad arco retto, palazzi che fanno da ponte su strade di grande traffico, torri circolari e via col suo armamentario sempre uguale a ogni latitudine in barba ai suoi discorsi contro la globalizzazione? Come pensa di dare forma al consenso se ascolta solo il &#8220;Signore&#8221; della città, suo committente pubblico, o il suo committente privato, il grande gruppo cooperativistico?</div>
<div class="mceTemp">Come dare &#8220;forma al consenso&#8221; lo spiega Ray Lorenzo. Nell&#8217;intervista rilasciata a Leonardo Servadio, curatore della pagina, conferisce dignità storica alla partecipazione democratica nelle scelte urbanistiche. Negli Stati Uniti data dal 1776.</div>
<div class="mceTemp">Pubblichiamo i tre articoli nell&#8217;impegno che abbiamo assunto come Comitato Sarzana che botta! di fare cultura urbanistica (e democratica). Ma chi può recuperare dal parroco una copia dell&#8217;Avvenire di domenica, lo faccia. E&#8217; bella la pagina. E l&#8217;inserto cultura.</div>
<div id="attachment_4955" class="wp-caption alignnone" style="width: 410px"><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/avvenire-03-01-10.pdf" target="_blank"><img class="size-full wp-image-4955" title="bottalacecla2_rimp" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/bottalacecla2_rimp.jpg" alt="bottalacecla2_rimp" width="400" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">Mario Botta - Franco La Cecla (cliccare sull&#39;immagine per visualizzare gli articoli apparsi su L&#39;Avvenire del 3 gennaio 2010)</p></div>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<h3>Archistar Ma la gente non li vuole!</h3>
<h4><em>di Franco La Cecla</em></h4>
<p><em>(<a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/avvenire-03-01-10.pdf" target="_blank">articolo apparso su L&#8217;Avvenire il 3 gennaio</a>)<br />
</em></p>
<p><em>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230; </em></p>
<p>Bisognerebbe dedicare uno studio serio alla bipolarità schizofrenica che caratterizza oggi la cesura tra quanto le <strong>superstar dell’architettura</strong> <strong>scrivono, dichiarano, teorizzano</strong> e la loro <strong>pratica, il loro «vero mestiere»: quello di disegnare, progettare </strong>edifici, musei, quartieri, alberghi, case.</p>
<p>È un tema interessante.</p>
<p>Tutti i grandi architetti si sentono un po’ la reincarnazione di Vitruvio e Leon Battista Alberti.</p>
<p>Il solo fatto di essere delle superstar dell’architettura dà loro il permesso di parlare di temi più ampi, delle grandi questioni legate alla convivenza, alla globalizzazione, alla società multietnica.</p>
<p>Così è interessante ascoltare quello che dice in un’intervista recente Mario Botta, l’architetto svizzero italiano che ha tra l’altro firmato <a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/scala1.jpg" target="_blank">l’<em>extension</em> della Scala a Milano</a> e innumerevoli altri progetti in tutto il mondo. Le sue parole non sono diverse da quelle di un’altra superstar – che da sempre scrive libri di teoria architettonica – come <strong>Vittorio Gregotti (</strong><em>progettista, tra l&#8217;altro, dello <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Chs5mpOV-pg&amp;feature=related" target="_blank">Zen di Palermo</a>, ndr</em><strong>)</strong>, o di una star un po’ più «modesta» come <strong>Massimiliano Fuksas</strong>. Li accomuna un disprezzo per l’espressione «archistar», una parola coniata da due geniali ricercatrici, <strong>Gabriella Lo Ricco</strong> e <strong>Silvana Micheli</strong>, in un libro pubblicato qualche anni fa da Bruno Mondadori, <a href="http://architettura.supereva.com/books/2003/200310017/index.htm" target="_blank"><strong>Lo spettacolo dell’Architettura</strong></a>. Tutti e tre (ma potremmo aggiungervi Zaha Hadid, o qualunque altro genio dello spettacolo mediatico dell’architettura) negano di essere delle archistar e additano al pubblico ludibrio quegli architetti che non si rendono conto, <strong>come dice Botta</strong>, che <strong>«l’architettura è ineludibile. Non si può spegnere come fosse una trasmissione che non ti piace o accantonare come un libro che ti delude»</strong>. E <strong>aggiunge che gli architetti sono chiamati a lavorare «anche sul terreno della memoria, che oggi è il vero antidoto alla globalizzazione»</strong>. Dovizia di citazioni da cui non deve mai mancare il <strong>riferimento a <a href="http://www.comunicatoripubblici.it/index.html?id=165&amp;n_art=2513" target="_blank">Zygmunt Bauman</a></strong><a href="http://www.comunicatoripubblici.it/index.html?id=165&amp;n_art=2513" target="_blank">, <strong>alle città «liquide»</strong></a>, una ripresa dei<strong> «<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nonluogo" target="_blank">non luoghi» di Marc Augè</a></strong> e un <strong>appello a fare fronte all’emergenza ambientale</strong> in vista di una sostenibilità dell’ambiente costruito&#8230; Insomma nulla di più politically correct delle dichiarazioni delle superstar. <strong>Come dice Botta nell’intervista: l’architettura non è lo strumento per costruire in un luogo, ma per costruire quel luogo.</strong></p>
<p><strong>Deve tener conto delle sue caratteristiche, della sua identità, del suo essere a suo modo origine.</strong></p>
<p>Stranamente <strong>nessuna di queste personalità accenna mai vagamente o prende semplicemente come esempio le proprie realizzazioni</strong>.</p>
<p>Non se ne parla , non si racconta se sono state bene o male accolte, se sono state un fallimento o un successo. No, semplicemente esse esistono indipendentemente dai discorsi: sono l’opera, quello per cui gli architetti diventano delle superstar. Nelle interviste, nelle dichiarazioni <strong>non si parla mai dei problemi che per esempio sorgono con gli abitanti</strong> (<em><a href="http://www.sarzanachebotta.org/2009/02/celerina-boccia-botta/" target="_blank">Celerina</a>, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ZxnZluFA0tE" target="_blank">Boccadasse</a>, <a href="http://www.sarzanachebotta.org/2009/07/piazza-luni-20-luglio-i-video/" target="_blank">Sarzana</a>, ndr</em>). Si può teorizzare la partecipazione, ma poi <strong>se un comitato cittadino protesta contro un progetto o lo rigetta, l’architetto si rifugia nelle braccia del committente</strong>, se ne lava bellamente le mani.</p>
<h4><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/09/plastico-progettuale._rimp4.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2310" title="plastico progettuale._rimp" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/09/plastico-progettuale._rimp4.jpg" alt="plastico progettuale._rimp" width="380" height="296" /></a></h4>
<h4>È quanto è avvenuto a Mario Botta con un progetto megagalattico di 200mila metri cubi di cemento attaccato al centro storico di Sarzana, fatto di cubi massicci, monumentali ed edifici a cubo che scavalcano strade <strong> </strong>.</h4>
<p>Un comitato di 3000 abitanti (su ventimila residenti) si è opposto, si continua ad opporre, adducendo la follia di una snaturalizzazione del patrimonio storico, l’assoluta genericità del progetto che è <a href="http://www.sarzanachebotta.org/category/botta-contro-botta/lunicita/" target="_blank">lo stesso che Botta ha proposto a Treviso e altrove</a>, e soprattutto la sua inutilità (Sarzana è diventata un centro che attrae per il suo fascino discreto, il Festival della Mente, l’atmosfera da piccola cittadina ligure-toscana contenuta e coerente nel suo stile). Lo stesso è avvenuto a Fuksas, contestato a Savona per un grattacielo in mare di fronte all’ultima spiaggia popolare ed amata che ne sarebbe spazzata via. Si potrebbe citare anche Pescara ed il monumento in plastica dell’archistar Toyo Ito, costato un milione e trecentomila euro ed «esploso» all’inaugurazione.</p>
<p>Ma <strong>una caratteristica tipica delle archistar è di non legare le parole ai fatti</strong>, di giocare di «sponda» come se fossero dei guru della società a cui tutto è permesso, perché <strong>tanto con la loro azione riqualificano il patrimonio immobiliare</strong> di un posto, ne rilanciano il brand, <strong>fanno comodo ai sindaci pigri</strong> che hanno bisogno della loro azione per dimostrare che fanno qualcosa di eclatante. Per questo a <strong>Sarzana</strong>, come a Savona, come a Pescara i cittadini, i comitati, le associazioni di abitanti non contano nulla , nonostante tutta la pubblicità che si fa alla necessità di partecipazione e di vita civile. La democrazia non fa «brand». <strong>Eppure sono anni che la partecipazione è diventata il fiore all’occhiello di molte amministrazioni</strong>, da anni a <strong>Bologna</strong> i comitati di quartieri si servono di <strong>facilitatori</strong> che fanno da tramite tra l’amministrazione e le esigenze degli abitanti, e soprattutto si è sviluppata una professionalità che si è ricavata uno spazio non indifferente nel dialogo, nella negoziazione e nella possibilità che i progetti non vengano fatti a scapito degli abitanti, ma in un processo di scambio. Ad esempio a <strong>Torino</strong> c’è un’<strong>agenzia per la partecipazione </strong>che si chiama<strong> <a href="http://www.avventuraurbana.it/chisiamo/" target="_blank">«Avventura Urbana»</a></strong> e che oramai è un punto di riferimento indispensabile per ogni decisione che non voglia restare nel vuoto, ma incontrare il consenso di condomini, associazioni di strada, comitati di quartiere. «Avventura Urbana» si serve di tecniche sperimentate dall’advocacy planning in Inghilterra negli anni ’80 da personaggi come John Turner: meeting e riunioni dove il quartiere viene simbolizzato, rifatto dagli abitanti e discusso, dove ogni innesto nuovo viene compreso nel contesto e dove soprattutto si impara che la città non è cosa solo degli architetti, degli urbanisti e degli amministratori. Negli <strong>Stati Uniti</strong> esiste una commistione tra studi di architettura e agenzie di partecipazione, come ad esempio «Public Architecture». A <strong>San Francisco</strong>, un’organizzazione che sta trasformando la forma delle strade, la larghezza dei marciapiedi e detta regole alla diminuzione del traffico e all’aumento della socialità vis-a vis . Queste organizzazioni spesso stimolano forze che vengono ignorate dagli amministratori. A <strong>Pescara</strong> c’è un’agenzia guidata da Monica Giuliato, una filosofa, che si sta muovendo per fare risorgere il territorio delle imprese turistiche d’Abruzzo dal terremoto a partire dalla Confalberghi e dalla Confcommercio, attori rimasti fuori dalle logiche dirigistiche del commissariamento. Tempo fa si erano messi insieme per richiedere al Commissario un finanziamento per rilanciare il turismo. I due milioni di euro assegnati sono andati a Mediaset per un serial sull’Abruzzo e ovviamente oggi gli stessi soggetti si muovono in direzioni diverse, di coinvolgimento di comitati di giovani e di abitanti. A <strong>Milano</strong> c’è <strong>Ray Lorenzo</strong>, un architetto che si occupa da sempre di partecipazione e ha fondato «ABCittà» una organizzazione che aiuta abitanti a fondare cooperative in co- housing, gente che sceglie di andare a vivere insieme nello stesso complesso e di costruire insieme. Lorenzo è stato invitato dall’Unicef a dare dritte ai costruttori della nuova capitale del Kazakistan, Astana, riguardo allo spazio da riservare ai bambini.</p>
<p>Sempre Ray Lorenzo ha fondato una <a href="http://www.scuolaprogettazionepartecipata.it/Lorenzo.html" target="_blank">scuola di progettazione partecipata</a> per rieducare architetti ed urbanisti ad un approccio più sensibile.</p>
<p>Dovrebbero forse andarci i nostri architetti.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<h3><span><strong>Ma la demagogia combina disastri urbanistici</strong></span></h3>
<h4><span><strong><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/avvenire-03-01-10.pdf" target="_blank">(replica di Mario Botta raccolta sull&#8217;Avvenire del 3 gennaio da Leonardo Servadio)</a><br />
</strong></span></h4>
<p>«L’idea architettonica può sempre essere modificata, ma l’impostazione di fondo è data non dall’architetto, bensì da fattori che riguardano il modo in cui si evolve la realtà urbana». Criticato per un edificio a torre disegnato per Sarzana, <span style="color: #000000;"><strong>Mario</strong></span><span style="color: #000000;"> </span><span style="color: #000000;"><strong>Botta</strong></span> dice la sua: «La &#8216;progettazione partecipata&#8217; non è una novità: si fece largo nel clima sessantottesco e molti professionisti impegnati vi aderirono. Notissimo il caso di Giancarlo De Carlo con le case popolari per Terni: fece scegliere il progetto ai destinatari. Fu una catastrofe urbanistica». <strong><br />
Perché?</strong><br />
«Le richieste della gente originano da quel che le è noto. Nel caso citato, gli operai cui le case erano destinate avevano in mente le cascine agricole della loro gioventù. Il tentativo di rispondere a quelle esigenze conservative si tradusse in un fallimento, perché non si può trasformare una cascina in un condominio di città. Al professionista spetta di interpretare le esigenze dell’utente e compaginarle con le tecniche costruttive attuali e con le condizioni oggettive del sito, inventando soluzioni nuove». <strong><br />
Quindi la progettazione partecipata non può funzionare?</strong><br />
«Funziona dove l’architetto è in grado di dar forma al consenso. Che però può configurarsi anche come &#8216;rapina&#8217;&#8230; Mi sembra che il rischio sia la demagogia: e questa conduce al fallimento. Soprattutto là dove vi siano vincoli precostituiti dal mercato o dalle scelte di piano». <strong><br />
Come a Sarzana?</strong><br />
«Proprio così: qui ci sono volumetrie che scaturiscono da indici di edificabilità decisi dall’amministrazione comunale e sulla cui base sono stati già assegnati i lotti. Si mira a ottenere un’alta densità abitativa: con edifici a torre. La decisione è già presa. Beninteso, capisco chi si oppone: sotto il profilo estetico le opinioni possono divergere. Ma per quanto mi riguarda ritengo preferibile agire su forti volumetrie in città ed evitare di invadere ulteriormente le campagna. Anche quando intervenni alla Scala di Milano mi accusavano di metter su un grattacielo che avrebbe oppresso l’edificio storico: s’è visto che il risultato è ben diverso». <strong><br />
Era meglio quando c’era il signore della città, unico committente?</strong><br />
«Ci sono sempre state tensioni, contrasti. Per un’architettura di qualità ci vuole anche discussione: purché sia autentica, competente e basata sul dialogo, non sul pregiudizio. Mi preoccupa l’ondata populistica, la contrapposizione a muso duro, la tendenza a manipolare l’emotività del momento». <strong> (L. Serv.)</strong></p>
<h3>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</h3>
<h3>«Consensus building»  &amp;«community design»</h3>
<h4><span><strong><strong><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/avvenire-03-01-10.pdf" target="_blank">(intervista a Ray Lorenzo di Leonardo Servadio, su Avvenire del 3 gennaio)</a></strong></strong></span></h4>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/ray-lorenzo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4991" title="ray lorenzo" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/ray-lorenzo.jpg" alt="ray lorenzo" width="114" height="114" /></a>«La <strong>progettazione partecipata</strong> dovrebbe cominciare prima che siano concepiti i piani di sviluppo delle aree urbane, non quando sono già approvati: altrimenti la partecipazione si riduce al tentativo di giustificare scelte già compiute, con ben poche possibilità di influire sulla realtà». Ray Lorenzo è un ingegnere statunitense che, trasferito in Italia una trentina d’anni fa, ha cercato di importarvi la cultura del progetto condiviso. «Che richiede un approccio multidisciplinare e la capacità di dialogare. Coinvolge sociologi, psicologi, amministratori locali, architetti, urbanisti, pedagoghi, esponenti delle associazioni presenti sul territorio&#8230; Negli Usa ha radice nei town meeting che accompagnano la società sin <strong>dall’epoca della rivoluzione del 1776</strong>, e che portano la comunità a progettare il proprio spazio di vita. Questa cultura ha dato luogo alla strategia del consensus building : in cui l’accento è posto sul secondo termine, cioè sul costruire assieme, non sul primo. Vi sono corsi di laurea di community design (io l’ho frequentato a Harvard) che formano professionisti capaci per accompagnare il dialogo tra le diverse componenti della comunità, finalizzandolo al progetto dello spazio comune».</p>
<p>Sta parlando di qualcosa che è all’essenza della «res publica»: si racconta che nella Roma repubblicana esistesse questa cultura, ma <strong>dopo la morte dei Gracchi non sembra molto presente qui da noi</strong>&#8230;</p>
<p>«In effetti i contrapposti egoismi, il pensare ognuno per sé, non favoriscono la progettazione partecipata. In Germania, dove la cultura della &#8216;cosa pubblica&#8217; è più diffusa, tale approccio al progetto dello spazio comune risulta più agevole. Ma anche qui in Italia qualcosa si muove in questa direzione: la cooperativa che ho fondato, ABCittà (<a href="http://www.abcitta.org" target="_blank">www.abcitta.org</a>), e che unisce architetti, pedagoghi, sociologi e altri, è stata chiamata in diverse realtà urbane.</p>
<p>Per esempio a Cormano (Mi) abbiamo trasformato un incrocio stradale in una piazza oggi goduta dalla popolazione.</p>
<p>L’essenza della progettazione partecipata sta nel senso di responsabilità che ogni singolo dovrebbe nutrire verso la propria città: a partire dagli amministratori pubblici sino all’uomo della strada».</p>
<p>Concretamente come avviene?</p>
<p>«È importante realizzare interventi su piccola scala: coinvolgere con efficacia la popolazione su megaprogetti è molto più difficile. Si riuniscono rappresentanze di cittadini, di amministratori pubblici, architetti (anche archistar, perché no?) attorno a un tavolo, e ci si confronta sugli obiettivi e sulle modalità per raggiungerli.</p>
<h4>Ci vuole una cultura del dialogo. Se non c’è, la si può formare&#8230;. Ma non dove i piani urbanistici sono già definiti».</h4>
<p>Leonardo Servadio</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;"><strong>Archistar</strong><strong> Ma <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> gente non li vuole!</strong></p>
<p align="justify">di <strong> Franco <span style="color: blue;"><strong>La</strong></span> Cec<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> </strong><br />
Bisognerebbe dedicare uno studio serio al<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> bipolarità schizofrenica che caratterizza oggi <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> cesura tra quanto le superstar dell’architettura scrivono, dichiarano, teorizzano e <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> loro pratica, il loro «vero mestiere»: quello di disegnare, progettare edifici, musei, quartieri, alberghi, case. È un tema interessante. Tutti i grandi architetti si sentono un po’ <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> reincarnazione di Vitruvio e Leon Battista Alberti. Il solo fatto di essere delle superstar dell’architettura dà loro il permesso di parlare di temi più ampi, delle grandi questioni legate al<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> convivenza, al<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> globalizzazione, al<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> società multietnica. Così è interessante ascoltare quello che dice in un’intervista recente Mario Botta, l’architetto svizzero italiano che ha tra l’altro firmato l’ extension del<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> Sca<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> a Milano e innumerevoli altri progetti in tutto il mondo. Le sue parole non sono diverse da quelle di un’altra superstar – che da sempre scrive libri di teoria architettonica – come Vittorio Gregotti, o di una star un po’ più «modesta» come Massimiliano Fuksas. Li accomuna un disprezzo per l’espressione «archistar», una paro<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> coniata da due geniali ricercatrici, Gabriel<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> Lo Ricco e Silvana Micheli, in un libro pubblicato qualche anni fa da Bruno Mondadori, <em> Lo spettacolo dell’Architettura .</em> Tutti e tre (ma potremmo aggiungervi Zaha Hadid, o qualunque altro genio dello spettacolo mediatico dell’architettura) negano di essere delle archistar e additano al pubblico ludibrio quegli architetti che non si rendono conto, come dice Botta, che «l’architettura è ineludibile. Non si può spegnere come fosse una trasmissione che non ti piace o accantonare come un libro che ti delude». E aggiunge che gli architetti sono chiamati a lavorare «anche sul terreno del<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> memoria, che oggi è il vero antidoto al<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> globalizzazione». Dovizia di citazioni da cui non deve mai mancare il riferimento a Zygmunt Bauman, alle città «liquide», una ripresa dei «non luoghi» di Marc Augè e un appello a fare fronte all’emergenza ambientale in vista di una sostenibilità dell’ambiente costruito&#8230; Insomma nul<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> di più <em> politically correct</em> delle dichiarazioni delle superstar. Come dice Botta nell’intervista: l’architettura non è lo strumento per costruire in un luogo, ma per costruire quel luogo.<br />
Deve tener conto delle sue caratteristiche, del<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> sua identità, del suo essere a suo modo origine.<br />
Stranamente nessuna di queste personalità accenna mai vagamente o prende semplicemente come esempio le proprie realizzazioni.<br />
Non se ne par<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> , non si racconta se sono state bene o male accolte, se sono state un fallimento o un successo. No, semplicemente esse esistono indipendentemente dai discorsi: sono l’opera, quello per cui gli architetti diventano delle superstar. Nelle interviste, nelle dichiarazioni non si par<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> mai dei problemi che per esempio sorgono con gli abitanti. Si può teorizzare <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> partecipazione, ma poi se un comitato cittadino protesta contro un progetto o lo rigetta, l’architetto si rifugia nelle braccia del committente, se ne lava bellamente le mani. È quanto è avvenuto a Mario Botta con un progetto megagalattico di 200mi<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> metri cubi di cemento attaccato al centro storico di <strong> Sarzana,</strong> fatto di cubi massicci, monumentali ed edifici a cubo che scavalcano strade. Un comitato di 3000 abitanti (su ventimi<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> residenti) si è opposto, si continua ad opporre, adducendo <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> follia di una snaturalizzazione del patrimonio storico, l’assoluta genericità del progetto che è lo stesso che Botta ha proposto a Treviso e altrove, e soprattutto <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> sua inutilità (Sarzana è diventata un centro che attrae per il suo fascino discreto, il Festival del<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> Mente, l’atmosfera da picco<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> cittadina ligure-toscana contenuta e coerente nel suo stile). Lo stesso è avvenuto a Fuksas, contestato a <strong> Savona</strong> per un grattacielo in mare di fronte all’ultima spiaggia popolare ed amata che ne sarebbe spazzata via. Si potrebbe citare anche <strong> Pescara</strong> ed il monumento in plastica dell’archistar Toyo Ito, costato un milione e trecentomi<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> euro ed «esploso» all’inaugurazione.<br />
Ma una caratteristica tipica delle archistar è di non legare le parole ai fatti, di giocare di «sponda» come se fossero dei guru del<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> società a cui tutto è permesso, perché tanto con <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> loro azione riqualificano il patrimonio immobiliare di un posto, ne rilanciano il <em> brand,</em> fanno comodo ai sindaci pigri che hanno bisogno del<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> loro azione per dimostrare che fanno qualcosa di eclatante. Per questo a Sarzana, come a Savona, come a Pescara i cittadini, i comitati, le associazioni di abitanti non contano nul<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> , nonostante tutta <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> pubblicità che si fa al<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> necessità di partecipazione e di vita civile. <span style="color: blue;"><strong>La</strong></span> democrazia non fa «brand». Eppure sono anni che <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> partecipazione è diventata il fiore all’occhiello di molte amministrazioni, da anni a <strong> Bologna</strong> i comitati di quartieri si servono di facilitatori che fanno da tramite tra l’amministrazione e le esigenze degli abitanti, e soprattutto si è sviluppata una professionalità che si è ricavata uno spazio non indifferente nel dialogo, nel<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> negoziazione e nel<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> possibilità che i progetti non vengano fatti a scapito degli abitanti, ma in un processo di scambio. Ad esempio a <strong> Torino</strong> c’è un’agenzia per <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> partecipazione che si chiama «Avventura Urbana» e che oramai è un punto di riferimento indispensabile per ogni decisione che non voglia restare nel vuoto, ma incontrare il consenso di condomini, associazioni di strada, comitati di quartiere. «Avventura Urbana» si serve di tecniche sperimentate dall’ advocacy <em> planning</em><br />
in Inghilterra negli anni ’80 da personaggi come John Turner: meeting e riunioni dove il quartiere viene simbolizzato, rifatto dagli abitanti e discusso, dove ogni innesto nuovo viene compreso nel contesto e dove soprattutto si impara che <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> città non è cosa solo degli architetti, degli urbanisti e degli amministratori. Negli Stati Uniti esiste una commistione tra studi di architettura e agenzie di partecipazione, come ad esempio «Public Architecture». A San Francisco, un’organizzazione che sta trasformando <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> forma delle strade, <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> larghezza dei marciapiedi e detta regole al<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> diminuzione del traffico e all’aumento del<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> socialità <em> vis-a vis .</em> Queste organizzazioni spesso stimolano forze che vengono ignorate dagli amministratori. A Pescara c’è un’agenzia guidata da Monica Giulato, una filosofa, che si sta muovendo per fare risorgere il territorio delle imprese turistiche d’Abruzzo dal terremoto a partire dal<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> Confalberghi e dal<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> Confcommercio, attori rimasti fuori dalle logiche dirigistiche del commissariamento. Tempo fa si erano messi insieme per richiedere al Commissario un finanziamento per rilanciare il turismo. I due milioni di euro assegnati sono andati a Mediaset per un serial sull’Abruzzo e ovviamente oggi gli stessi soggetti si muovono in direzioni diverse, di coinvolgimento di comitati di giovani e di abitanti. A <strong> Milano</strong> c’è Ray Lorenzo, un architetto che si occupa da sempre di partecipazione e ha fondato «ABCittà» una organizzazione che aiuta abitanti a fondare cooperative in <em> co- housing,</em> gente che sceglie di andare a vivere insieme nello stesso complesso e di costruire insieme. Lorenzo è stato invitato dall’Unicef a dare dritte ai costruttori del<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> nuova capitale del Kazakistan, Astana, riguardo allo spazio da riservare ai bambini.<br />
Sempre Ray Lorenzo ha fondato una scuo<span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> di progettazione partecipata per rieducare architetti ed urbanisti ad un approccio più sensibile.<br />
Dovrebbero forse andarci i nostri architetti. <strong><br />
Fuksas contestato per un grattacielo a Savona, Botta per il nuovo centro storico di Sarzana, il monumento di Toyo Ito che «esplode» a Pescara: sono numerosi i casi in cui <span style="color: blue;"><strong>la</strong></span> cittadinanza s’oppone a opere costose e colossali</strong> <strong> A questi guru tutto è permesso, perché fanno comodo ai sindaci pigri per dimostrare che si fa qualcosa di eclatante.</strong> <strong><br />
Ma un po’ ovunque nascono comitati di cittadini che chiedono di farsi coinvolgere e di giudicare i prog</strong></p>
<p>Archistar Ma la gente non li vuole!</p>
<p>di Franco La Cecla</p>
<p>Bisognerebbe dedicare uno studio serio alla bipolarità schizofrenica che caratterizza oggi la cesura tra quanto le superstar dell’architettura scrivono, dichiarano, teorizzano e la loro pratica, il loro «vero mestiere»: quello di disegnare, progettare edifici, musei, quartieri, alberghi, case. È un tema interessante. Tutti i grandi architetti si sentono un po’ la reincarnazione di Vitruvio e Leon Battista Alberti. Il solo fatto di essere delle superstar dell’architettura dà loro il permesso di parlare di temi più ampi, delle grandi questioni legate alla convivenza, alla globalizzazione, alla società multietnica. Così è interessante ascoltare quello che dice in un’intervista recente Mario Botta, l’architetto svizzero italiano che ha tra l’altro firmato l’ extension della Scala a Milano e innumerevoli altri progetti in tutto il mondo. Le sue parole non sono diverse da quelle di un’altra superstar – che da sempre scrive libri di teoria architettonica – come Vittorio Gregotti, o di una star un po’ più «modesta» come Massimiliano Fuksas. Li accomuna un disprezzo per l’espressione «archistar», una parola coniata da due geniali ricercatrici, Gabriella Lo Ricco e Silvana Micheli, in un libro pubblicato qualche anni fa da Bruno Mondadori, Lo spettacolo dell’Architettura . Tutti e tre (ma potremmo aggiungervi Zaha Hadid, o qualunque altro genio dello spettacolo mediatico dell’architettura) negano di essere delle archistar e additano al pubblico ludibrio quegli architetti che non si rendono conto, come dice Botta, che «l’architettura è ineludibile. Non si può spegnere come fosse una trasmissione che non ti piace o accantonare come un libro che ti delude». E aggiunge che gli architetti sono chiamati a lavorare «anche sul terreno della memoria, che oggi è il vero antidoto alla globalizzazione». Dovizia di citazioni da cui non deve mai mancare il riferimento a Zygmunt Bauman, alle città «liquide», una ripresa dei «non luoghi» di Marc Augè e un appello a fare fronte all’emergenza ambientale in vista di una sostenibilità dell’ambiente costruito&#8230; Insomma nulla di più politically correct delle dichiarazioni delle superstar. Come dice Botta nell’intervista: l’architettura non è lo strumento per costruire in un luogo, ma per costruire quel luogo.</p>
<p>Deve tener conto delle sue caratteristiche, della sua identità, del suo essere a suo modo origine.</p>
<p>Stranamente nessuna di queste personalità accenna mai vagamente o prende semplicemente come esempio le proprie realizzazioni.</p>
<p>Non se ne parla , non si racconta se sono state bene o male accolte, se sono state un fallimento o un successo. No, semplicemente esse esistono indipendentemente dai discorsi: sono l’opera, quello per cui gli architetti diventano delle superstar. Nelle interviste, nelle dichiarazioni non si parla mai dei problemi che per esempio sorgono con gli abitanti. Si può teorizzare la partecipazione, ma poi se un comitato cittadino protesta contro un progetto o lo rigetta, l’architetto si rifugia nelle braccia del committente, se ne lava bellamente le mani. È quanto è avvenuto a Mario Botta con un progetto megagalattico di 200mila metri cubi di cemento attaccato al centro storico di Sarzana, fatto di cubi massicci, monumentali ed edifici a cubo che scavalcano strade. Un comitato di 3000 abitanti (su ventimila residenti) si è opposto, si continua ad opporre, adducendo la follia di una snaturalizzazione del patrimonio storico, l’assoluta genericità del progetto che è lo stesso che Botta ha proposto a Treviso e altrove, e soprattutto la sua inutilità (Sarzana è diventata un centro che attrae per il suo fascino discreto, il Festival della Mente, l’atmosfera da piccola cittadina ligure-toscana contenuta e coerente nel suo stile). Lo stesso è avvenuto a Fuksas, contestato a Savona per un grattacielo in mare di fronte all’ultima spiaggia popolare ed amata che ne sarebbe spazzata via. Si potrebbe citare anche Pescara ed il monumento in plastica dell’archistar Toyo Ito, costato un milione e trecentomila euro ed «esploso» all’inaugurazione.</p>
<p>Ma una caratteristica tipica delle archistar è di non legare le parole ai fatti, di giocare di «sponda» come se fossero dei guru della società a cui tutto è permesso, perché tanto con la loro azione riqualificano il patrimonio immobiliare di un posto, ne rilanciano il brand, fanno comodo ai sindaci pigri che hanno bisogno della loro azione per dimostrare che fanno qualcosa di eclatante. Per questo a Sarzana, come a Savona, come a Pescara i cittadini, i comitati, le associazioni di abitanti non contano nulla , nonostante tutta la pubblicità che si fa alla necessità di partecipazione e di vita civile. La democrazia non fa «brand». Eppure sono anni che la partecipazione è diventata il fiore all’occhiello di molte amministrazioni, da anni a Bologna i comitati di quartieri si servono di facilitatori che fanno da tramite tra l’amministrazione e le esigenze degli abitanti, e soprattutto si è sviluppata una professionalità che si è ricavata uno spazio non indifferente nel dialogo, nella negoziazione e nella possibilità che i progetti non vengano fatti a scapito degli abitanti, ma in un processo di scambio. Ad esempio a Torino c’è un’agenzia per la partecipazione che si chiama «Avventura Urbana» e che oramai è un punto di riferimento indispensabile per ogni decisione che non voglia restare nel vuoto, ma incontrare il consenso di condomini, associazioni di strada, comitati di quartiere. «Avventura Urbana» si serve di tecniche sperimentate dall’advocacy planning in Inghilterra negli anni ’80 da personaggi come John Turner: meeting e riunioni dove il quartiere viene simbolizzato, rifatto dagli abitanti e discusso, dove ogni innesto nuovo viene compreso nel contesto e dove soprattutto si impara che la città non è cosa solo degli architetti, degli urbanisti e degli amministratori. Negli Stati Uniti esiste una commistione tra studi di architettura e agenzie di partecipazione, come ad esempio «Public Architecture». A San Francisco, un’organizzazione che sta trasformando la forma delle strade, la larghezza dei marciapiedi e detta regole alla diminuzione del traffico e all’aumento della socialità vis-a vis . Queste organizzazioni spesso stimolano forze che vengono ignorate dagli amministratori. A Pescara c’è un’agenzia guidata da Monica Giulato, una filosofa, che si sta muovendo per fare risorgere il territorio delle imprese turistiche d’Abruzzo dal terremoto a partire dalla Confalberghi e dalla Confcommercio, attori rimasti fuori dalle logiche dirigistiche del commissariamento. Tempo fa si erano messi insieme per richiedere al Commissario un finanziamento per rilanciare il turismo. I due milioni di euro assegnati sono andati a Mediaset per un serial sull’Abruzzo e ovviamente oggi gli stessi soggetti si muovono in direzioni diverse, di coinvolgimento di comitati di giovani e di abitanti. A Milano c’è Ray Lorenzo, un architetto che si occupa da sempre di partecipazione e ha fondato «ABCittà» una organizzazione che aiuta abitanti a fondare cooperative in co- housing, gente che sceglie di andare a vivere insieme nello stesso complesso e di costruire insieme. Lorenzo è stato invitato dall’Unicef a dare dritte ai costruttori della nuova capitale del Kazakistan, Astana, riguardo allo spazio da riservare ai bambini.</p>
<p>Sempre Ray Lorenzo ha fondato una scuola di progettazione partecipata per rieducare architetti ed urbanisti ad un approccio più sensibile.</p>
<p>Dovrebbero forse andarci i nostri architetti.</p>
<p>Fuksas contestato per un grattacielo a Savona, Botta per il nuovo centro storico di Sarzana, il monumento di Toyo Ito che «esplode» a Pescara: sono numerosi i casi in cui la cittadinanza s’oppone a opere costose e colossali A questi guru tutto è permesso, perché fanno comodo ai sindaci pigri per dimostrare che si fa qualcosa di eclatante.</p>
<p>Ma un po’ ovunque nascono comitati di cittadini che chiedono di farsi coinvolgere e di giudicare i progetti</p>
<p align="justify"><strong>etti</strong></p>
</div>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/lavvenire-e-il-coraggio-di-fare-cultura/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Prima che la città cancelli la campagna: quattro proposte dell&#8217;urbanista Salzano</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 11:51:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>

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		<description><![CDATA[Provate a immaginare una Val di Magra tutta costruita, in nome dello "sviluppo". Sarebbe piacevole, vivibile, appetibile per i turisti? Si può contrastare il consumo di suolo? A Riomaggiore l'urbanista Edorardo Salzano ha lanciato delle proposte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/prima-che-la-citta-cancelli-la-campagna-4-proposte/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><h4>di Silvia Minozzi</h4>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/12/riomaggiore-salzano.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-4812" title="riomaggiore salzano" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/12/riomaggiore-salzano-150x150.jpg" alt="riomaggiore salzano" width="150" height="150" /></a>Si è svolto a <strong>Riomaggiore</strong> un <strong>convegno</strong> organizzato dall’Associazione Nazionale per l ’Agriturismo , l’Ambiente e il Territorio dal titolo: “Il patrimonio rurale diffuso, nuovo protagonista dell’offerta turistica”, nel corso del quale <strong>Edoardo Salzano</strong> ha presentato una interessante relazione sul rapporto tra città e campagna. La relazione, dal titolo<strong> “Prima che la città cancelli la campagna…”</strong> affronta il tema, molto sentito e molto pertinente per i piccoli centri della Val di Magra, del rapporto fra la necessità di promuovere lo sviluppo economico, che da noi spesso coincide con sviluppo e promozione del turismo, e la necessità di mantenere un rapporto equilibrato tra verde e costruito.</p>
<p>Girellando per la <strong>campagna intorno a Sarzana</strong>, ma non solo, non si può non notare che  fazzoletti di verde anche di pochi metri quadrati vengono progressivamente edificati costruendo villette unifamiliari, villette  a schiera, palazzine, capannoni. Il quartiere di Nave, tanto per fare un esempio, nel corso degli ultimi anni ha visto il numero dei propri edifici quasi raddoppiato e i bei boschi della collina alle sue spalle progressivamente distrutti.</p>
<p>Invece di riutilizzare aree occupate da edifici abbandonati e fatiscenti di attività commerciali dismesse, si preferisce costruire ex novo nei pochi  terreni ancora destinati all’agricoltura.</p>
<p>Il <strong>progetto Tavolara</strong> ne è un buon esempio.</p>
<p>Recentissima è la notizia dell’approvazione da parte del Consiglio Comunale di Sarzana, in data 22 dicembre 2009, del progetto relativo al <strong>nuovo insediamento residenziale a Crociata</strong> che prevede  la realizzazione di circa 3100 mq di case e 175m di spazi commerciali.</p>
<p>Verrebbe da chiedersi: ma quando tutta la valle si sarà trasformata in una distesa omogenea e ininterrotta di villette con pochi metri quadri di giardinetto attorno, intercalate da capannoni e centri commerciali e collegate fra loro da grandi e trafficate strade,  vorranno venire ancora da noi a trascorrere le loro vacanze e a cercare un po’ di pace nella natura i turisti che fuggono dalle città, dal cemento, dal traffico?</p>
<p>Dice Salzano nella sua relazione: “Perché la vita dell’uomo sia ragionevolmente vissuta, il rapporto immediato, quotidiano con la natura è essenziale. Non basta il verde dei balconi, né qualche striminzito alberello o qualche aiuola spartitraffico per farci vivere come abitanti del pianeta Terra. Il verde, la natura (sia quella selvatica che quella foggiata dal lavoro dell’uomo) è indispensabile alla nostra vita. Per ragioni che hanno a che fare con la nostra formazione, la consapevolezza del nostro ruolo nel pianeta che abitiamo, per la nostra cultura, il piacere, il benessere, la salute.”</p>
<p>Ecco in sintesi <strong>le proposte di Salzano</strong> per arrestare questo processo e far sì che, anche in Italia, città e campagna ritrovino una convivenza e un’integrazione.</p>
<p>(1) <strong>Evitare l’ulteriore espansione delle città,</strong> combattere lo sprawl urbano (lo “sguaiato distendersi della città sulla campagna”). Altri paesi europei hanno adottato provvedimenti che vanno in questa direzione, e da cui si può imparare. Sono stati presentati in Parlamento italiano disegni di legge che vanno nella direzione giusta. Ma anche in assenza di leggi nazionali e regionali qualcosa si può fare. Comuni sensibili a questo tema possono imporre un limite rigoroso all’espansione urbana, tracciando confini rigorosi che separino città e campagna: come ha fatto lo stato di Washington negli Usa, e più d’un comune virtuoso in Italia. Le previsioni di piani regolatori vistosamente sovradimensionati si possono modificare senza dover pagare nessun indennizzo ai proprietari.</p>
<p>(2) <strong>Difendere gli spazi destinati a verde pubblico o verde agricolo nei piani regolatori vigenti.</strong> In moltissime città essi sono a rischio. Si tenta di sacrificarne un pezzo alla volta per ottenere qualche area per servizi. É un’operazione sbagliata. Se non ci sono risorse per acquisire aree per realizzare oggi un parco pubblico meglio destinare l’area a verde agricolo e stabilire regole che ne consentano l’uso ricreativo e produttivo insieme: sono attività che possono benissimo integrarsi.</p>
<p>(3) <strong>Chiedere che i grandi vuoti urbani siano in parte consistente destinati a verde</strong>. I vuoti che si formano per l’abbandono di installazioni industriali, militari o di servizi obsolete non devono essere adoperati solo per la realizzazione di edifici, ma una parte consistente, almeno il 50%, deve venir restituito alla natura.</p>
<p>(4) Al di là e oltre alle iniziative in questa direzione di carattere urbanistico, per ottenere che la campagna riconquisti la città e i cittadini si giovino della campagna, e anche per ottenere un sostegno più largo alle attività di integrazione dell’agricoltura con tutti gli abitanti sarebbe utile <strong>dare risposte efficaci alle numerosissime sollecitazioni per un’alimentazione più sana, legata al territorio e alla cultura dei luoghi, e per una formazione dei bambini più legata alla natura e alla conoscenza dei suoi cicli.</strong> Si vedano a d esempio le pratiche per la formazione di “filiere brevi” tra il produttore e il consumatore, la ristorazione con il Menu a km Zero, i Gruppi di acquisto solidale, e le molte altre forme nelle quali si esprime il desiderio di uscire da una vita sempre più omogeneizzata, artificializzata, in definitiva malsana per il fisico e alienante per lo spirito.</p>
<p>Per saperne di più:</p>
<p>Salzano a Riomaggiore: <a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/12/Salzano-Prima-che-la-città-cancelli-la-campagna.pdf" target="_blank">Prima che la città cancelli la campagna</a></p>
<p>Salzano: <a href="http://www.eddyburg.it/article/articleview/14377/0/318/" target="_blank">Che fare per contrastare il consumo di suolo (da Eddyburg)</a></p>
<p>Parco 5 Terre: <a href="http://www.parconazionale5terre.it/MOTIONUP/video_manager/video.asp?id_news=1893&amp;nV=TG%20122.1%20il%20turismo%20italiano" target="_blank">video</a></p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2010/01/prima-che-la-citta-cancelli-la-campagna-4-proposte/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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		<title>I 6 punti di De Carlo</title>
		<link>http://www.sarzanachebotta.org/2009/12/i-6-punti-di-de-carlo/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 21:54:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel febbraio 1970, De Carlo stese una lista di sei punti, che illustrano il “Nuovo Villaggio Matteotti” con tutte le sue caratteristiche e che dimostra la vicinanza fra le idee di Lehrman e De Carlo stesso. «Definizione di massima di alcuni obiettivi che si vorrebbero raggiungere nella progettazione. 1. Movimenti pedonali separati dai movimenti automobilistici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2009/12/i-6-punti-di-de-carlo/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p>Nel febbraio 1970, De Carlo stese una lista di sei punti, che illustrano il “Nuovo Villaggio Matteotti” con tutte le sue caratteristiche e che dimostra la vicinanza fra le idee di Lehrman e De Carlo stesso.</p>
<p>«Definizione di massima di alcuni obiettivi che si vorrebbero raggiungere nella progettazione.</p>
<p>1. Movimenti pedonali separati dai movimenti automobilistici con rare intersezioni nei punti dove sono strettamente necessarie. Facilità di circolazione automobilistica con servizio porta a porta e con adeguate attrezzature di garage e parcheggio.</p>
<p>Percorsi pedonali in scala commisurata alle esigenze psicologiche individuali: spazi di percezione immediata, variabilità e suggestione dei percorsi, presenze naturali, finezza di dettaglio. [questo è il “visual interest”]</p>
<p>2. attribuzione ad ogni alloggio di zone rilevanti di verde privato, sottratte il più possibile al controllo collettivo. Composizione del verde privato tale da poterlo percepire nel complesso come un verde massivo (privatizzazione a livello di alloggio che produce complessivamente un vantaggio collettivo). [le terrazze giardino erano quindi un’idea prefissata da De Carlo]</p>
<p>3. formazione di zone verdi collettive ad uso della comunità e dei servizi di quartiere.</p>
<p>4. a livello di quartiere, formazione di servizi pubblici non solo destinati a risolvere le immediate esigenze degli abitanti, ma tali da attrarre interessi anche dalle zone circostanti.</p>
<p>5. tipologia edilizia né frammentaria né a blocco. [qui abbiamo low-level-high-density] Soluzioni tipologiche tali da offrire una chiara organizzazione dell&#8217;ambiente senza tuttavia limitare la privatezza di ogni nucleo sociale, anche minimo.</p>
<p>6. tipologia degli alloggi variata a seconda delle prevalenti composizioni familiari, organizzazioni interne flessibili, tali da consentire il più alto livello possibile di variabilità d&#8217;uso degli spazi.</p>
<p>Attrezzatura degli alloggi basata sulla formazione di elementi fissi destinati ad agevolare le funzioni più elementari e quindi ad aumentare la libertà delle funzioni più complesse.</p>
<p>Milano, 3 febbraio 1970» (Archivio delle Acciaierie “Acciai Speciali Terni”, Nuovo Villaggio Matteotti, f.1, 4: trascrizione H. Schlimme). (da: H. Schlimme, <a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2010/01/HERMANN-SCHLIMME.pdf" target="_blank">Il &#8220;Nuovo Villaggio Matteotti&#8221; a Terni di Giancarlo De Carlo. Partecipazione fallita e capolavoro di architettura</a>, in http://www.storiaurbana.it/biennale/Relazioni.asp</p>
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		<title>Saggio di Salzano: urbanistica strumento di democrazia e partecipazione</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 14:46:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>

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		<description><![CDATA[L'urbanistica come strumento di democrazia, di partecipazione, di formazione della coscienza civile dei cittadini. Ospitiamo un saggio dell'insigne urbanista Edoardo Salzano, che mette al centro della riflessione non l'architettura, ma la Costituzione!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2009/11/salzano-in-bozza-l%e2%80%99urbanistica-per-la-formazione-del-cittadino/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p><!--</p>
<td><img src="/ezimagecatalogue/catalogue/variations/103-150x150.jpg" mce_src="/ezimagecatalogue/catalogue/variations/103-150x150.jpg" alt="" width="150" height="141" border="0" /></td>
<p>&#8211;></p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>
<h3>L’urbanistica per la formazione del cittadino</h3>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
<tr>
<td>
<h3>Data di pubblicazione: 25.11.2009</h3>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td><!--Data di pubblicazione: 25.11.2009</p>
<p>--></p>
<h4>Autore: <a href="http://www.eddyburg.it/article/articleview/14251/0/15/" target="_blank">Salzano, Edoardo</a></h4>
</td>
<td align="right"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>
<h6>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</h6>
<h6><a href="http://www.eddyburg.it/article/articleview/14116/0/247/" target="_blank"><em>Relazione al convegno “A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità”, Università Roma La Sapienza, 24-25 novembre 2009.<br />
</em></a>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</h6>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Urbanistica e mercato</strong></p>
<p>Il pensiero comune è abbastanza incerto su che cosa sia l’urbanistica. Le opinioni sono oscillanti. Prevalgono due interpretazioni. L’urbanistica è quel mestiere (scienza? arte?) che si preoccupa di rendere belle le città: roba da architetti. L’urbanistica è quel mestiere composto da regole, procedure, adempimenti: roba da burocrati. Nel sapere dell’urbanistica (nei saperi dell’urbanistica) c’è l’uno e c’è l’altro, ma anche altre cose, di cui quelle sono un riflesso.</p>
<p>Come al solito la storia aiuta a comprendere (“utilità della storia” è la ragione del nostro convegno). L’urbanistica moderna nasce, nell’ambito della società liberale e dell’economia capitalistica, per affrontare un problema che il mercato – che la spontaneità dei comportamenti individuali – non riusciva ad affrontare, ma anzi aggravava man mano che quella società e quella economia si affermavano e progredivano.</p>
<p>Si può dire che l’urbanistica è il primo rivelatore dell’insufficienza del mercato. Se si fosse lasciato a quest’ultimo il compito di organizzare l’insediamento dell’uomo sul territorio si sarebbero aggravati a dismisura le situazioni di confusione, disordine, malfunzionamento in molti decisivi aspetti della vita delle famiglie e delle aziende che già contrassegnavano la città. Insalubrità, disagio, caos del traffico, rischi per le persone, oscillazioni imprevedibili nei valori della rendita fondiaria.</p>
<p>Non a caso il primo piano regolatore fu preteso – a New York, nel 1811 – sia dai cittadini disturbati dall’improvviso sorgere di fabbriche e dall’affollarsi di carriaggi tra le abitazioni, sia dai mercanti di terreni che vedevano alterarsi i prezzi per l’inopinato insediamento di officine meccaniche o manifatture di attrezzi per il Far West nella aree lottizzate per la residenza. Il comune provvide, con un piano regolatore che determina ancor oggi la forma e il funzionamento di Manhattan.</p>
<p><strong>Il compito dell’urbanistica</strong></p>
<p>Compito dell’urbanistica è quello di adoperarsi perché la società possa utilizzare il proprio habitat per l’insieme delle sue esigenze che hanno un rapporto con lo spazio e con il suo uso.</p>
<p>Abitare, lavorare, alimentarsi, muoversi, spostare, incontrarsi, apprendere, scambiare, divertirsi, curarsi, gestire i propri rifiuti sono alcune delle attività che hanno bisogno di una organizzazione dello spazio. Hanno bisogno che le cose (gli oggetti, le funzioni) necessarie per soddisfare quelle esigenze siano correttamente collocate sul territorio, abbiano tra loro le relazioni (fisiche e funzionali) necessarie per non danneggiarsi reciprocamente e per non renderne difficile l’uso. Anzi, per renderne l’uso e la percezione (la funzionalità e la bellezza) i migliori possibile.</p>
<p>Se questo è il compito del’urbanistica, se questa è la domanda sociale che storicamente la rende necessaria, è facile comprendere che essa è un sapere (un insieme di saperi) eminentemente pratico, che ha un rapporto di particolare attenzione e legame con due realtà: il territorio, e la società. E a me sembra che l’attuale crisi dell’urbanistica sia strettamente correlata alla crisi dell’ambiente e alla crisi della politica. E che l’attuale deriva culturale nel quale versa oggi l’urbanistica ufficiale sia una espressione della più generale deriva dei saperi e dei sapienti nella “società montante”, per usare l’espressione di Alberto Asor Rosa[1].</p>
<p><strong>Il territorio</strong></p>
<p>Il territorio è il campo nel quale si svolge, e al quale si riferisce, il lavoro dell’urbanistica.</p>
<p>Il territorio come contenitore neutrale di qualsiasi oggetto, il territorio come insieme di risorse di cui ci si può appropriare per trasformarle, il territorio come paesaggio da plasmare e riplasmare secondo il capriccio dell’operatore.</p>
<p>Oppure il territorio come insieme di risorse finite e come patrimonio (insieme di patrimoni) depositati dall’opera congiunta della natura e del lavoro e la cultura dell’uomo, come paesaggio &#8211; testimonianza anch’esso del lavorìo della natura e della storia, da custodire e mantenere e trasformare comprendendone e rispettandone le regole formative.</p>
<p>L’opzione del tecnico è aperta tra queste due interpretazioni del territorio, sebbene si possa dire che la migliore tradizione della cultura urbanistica propende nettamente per la seconda, e i suoi esponenti condividerebbero oggi l’affermazione di Piero Bevilacqua quando ricorda che “non è il fondale inerte delle nostre attività, ma un campo di forze in movimento, talora collegate in forma di sistema”[2].</p>
<p><strong>La società</strong></p>
<p>La società, l’altro versante di attenzione dell’urbanistica è, per così dire, il committente del lavoro dell’urbanistica, poiché ne è il destinatario: è attraverso la mediazione dell’urbanista che la società costruisce il proprio spazio e gli conferisce la sua impronta. Non credo di aver bisogno di dimostrare questo assunto. Vorrei solo aggiungere una breve considerazione sulla politica.</p>
<p>Poiché l’urbanistica è finalizzata a un’attività pratica, operativa, e poiché ha il compito di stabilire regole che consentano di raggiungere un risultato che è la somma di interventi di una molteplicità di operatori, il legame tra urbanistica e società è costituita dal governo, cioè dalla politica.</p>
<p>Leonardo Benevolo arriva a dire che “l’urbanistica è parte della politica”. A mio parere il nesso è più complesso, ma comunque il legame tra i due aspetti è indubbio. La complessità di quel rapporto si comprende quando si riflette alla politica come è oggi.</p>
<p>Oggi (ma riprenderò il tema più avanti) la politica intesa come politica dei partiti non esprime compiutamente la società. Essa infatti non esprime le posizioni che manifestano dissenso e alternativa nei confronti della dell’ideologia e della politica dominanti. E allora nasce nell’urbanista che voglia rimanere fedele alla tradizione del suo mestiere la necessità di collegarsi direttamente alla società.</p>
<p><strong>La pianificazione</strong></p>
<p>Vorrei occuparmi adesso dello strumento che l’urbanistica adopera per determinare azioni sul territorio conformi alle esigenze della società. Parlo di strumento indipendentemente dalla sua tecnicità, ma con riferimento alla sua logica, al metodo che ne giustifica l’invenzione e ne dirige l’impiego.</p>
<p>Lo strumento dell’urbanistica è la pianificazione. Si parla di “pianificazione urbanistica” con riferimento alla fase nella quale l’habitat dell’uomo era ristretto sostanzialmente alla città; sarebbe forse più corretto parlare oggi di “pianificazione territoriale” oppure, con maggior precisione ma anche maggiore complessità, “pianificazione della città e del territorio”.</p>
<p>La pianificazione di cui parlo non ha a che fare con la “pianificazione economica”, tanto meno con la <em>piatiletka</em> sperimentata nel Secondo mondo &#8211; nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche e nei paesi satelliti &#8211; nel tentativo di uscire dall’economia capitalistica. Essa ha comunque sull’economia ricadute possibili, e per qualche aspetto rilevanti.</p>
<p>Mi riferisco in particolare alla questione della rendita fondiaria ed edilizia (rendita immobiliare), ricordando a questo proposito pochissime cose:<br />
(1) che essa è stata definita dal pensiero liberale la componente parassitaria del reddito;<br />
(2) che alla rendita non corrisponde alcun lavoro e alcuna attività imprenditiva, ma unicamente la proprietà di un bene scarso e utile;<br />
(3) che la quantità di risorse che va alla rendita viene sottratta alle altre due componenti del reddito, il salario e il profitto d’impresa;<br />
(4) che la rendita immobiliare urbana è determinata dalle decisioni e dalle opere della collettività, ma essa è percepita dal proprietario;<br />
(5) infine, che in Italia la rendita ha un pesa molto maggiore che negli altri stati europei, e ciò soprattutto a causa dell’alleanza di classe che la borghesia liberale del Nord stipulò con la classe dei proprietari terrieri, soprattutto quelli del Mezzogiorno e del Centro.</p>
<p>Il piano urbanistico incide sulla rendita, nel senso di accrescerla più o meno. A seconda degli strumenti offerti dalle legislazioni e delle politiche urbane il piano può inoltre essere lo strumento mediante il quale la rendita viene ridotta, oppure trasferita dal privato al pubblico. Il rapporto tra pianificazione e rendita esprime solo la più classica delle modalità mediante le quali la pianificazione può incidere sull’economia: ve ne sono numerose altre cui non abbiamo qui il tempo di fare riferimento.</p>
<p><strong>Due interpretazioni</strong></p>
<p>Precisato che cosa la pianificazione non è, occorre ricordare che cosa invece essa è. Partirò dalle definizioni di due persone che esprimono altri saperi: l’archeologo Antonio Cederna e l’economista Giorgio Ruffolo.</p>
<p>Per Cederna</p>
<p>“La pianificazione urbanistica è un’operazione di interesse collettivo, che mira a impedire che il vantaggio dei pochi si trasformi in danno ai molti, in condizioni di vita faticosa e malsana per la comunità. Si impone quindi la pianificazione coercitiva, contro le insensate pretese dei vandali che hanno strappato da tempo l’iniziativa ai rappresentanti della collettività, che intimidiscono e corrompono le autorità, manovrano la stampa e istupidiscono l’opinione pubblica. Guerra ai vandali significa guerra contro il privilegio e lo spirito di violenza, contro lo sfruttamento dei pochi sui molti, contro tutto un malcostume sociale e politico: significa restituire dignità alla legge, prestigio allo Stato, dignità a una cultura. Nell’urbanistica, cioè nella vita delle nostre città, si misura oggi la civiltà di un Paese”[3].</p>
<p>Per Giorgio Ruffolo la pianificazione territoriale</p>
<p>“E’ lo strumento principale per sottrarre l’ambiente al saccheggio prodotto dal “libero gioco” delle forze di mercato. Alla logica quantitativa della accumulazione di cose, essa oppone la logica qualitativa della loro “disposizione”, che consiste nel dare alle cose una forma ordinata (in-formarle) e armoniosa. Non si tratta, soltanto, di porre limiti e vincoli. Ma di inventare nuovi modelli spazio-temporali, che producano spazio (là dove la civiltà quantitativa della congestione lo distrugge), che producano tempo (là dove la civiltà quantitativa della congestione lo dissipa) e che producano valore aggiunto estetico”[4].</p>
<p>Cederna sottolinea il carattere etico e politico della pianificazione, Ruffolo quello estetico. Vorrei aggiungere una definizione mia, certamente più “tecnica” delle due che ho letto, quindi probabilmente più arida.</p>
<p><strong>Una definizione</strong></p>
<p>Per conto mio intendo per <em>pianificazione territoriale ed urbanistica</em> quel metodo, e quell’insieme di strumenti, che si ritengono capaci di garantire &#8211; in funzione di determinati <em>obiettivi</em> &#8211; <em>coerenza,</em> nello <em>spazio</em> e nel <em>tempo</em>, alle <em>trasformazioni territoriali</em>, ragionevole <em>flessibilità</em> alle scelte che tali trasformazioni determinano o condizionano, <em>trasparenza</em> del processo di formazione delle scelte e delle loro motivazioni.</p>
<p>L’oggetto della pianificazione è costituito dalle trasformazioni, sia fisiche che funzionali, che sono suscettibili, singolarmente o nel loro insieme, di provocare o indurre modificazioni significative nell&#8217;assetto dell&#8217;ambito territoriale considerato, e di essere promosse, condizionate o controllate dai soggetti titolari della pianificazione. Dove per trasformazioni <em>fisiche</em> si intendono quelle che comunque modifichino la struttura o la forma del territorio o di parti significative di esso, e per trasformazioni <em>funzionali</em> quelle che modifichino gli usi cui le singole porzioni del territorio sono adibite e le relazioni che le connettono.</p>
<p>Naturalmente questa definizione va interpretata nel contesto delle premesse che ho posto al mio ragionamento, a proposito del territorio e a proposito della società.</p>
<p>É chiaro che gli effetti della pianificazione (la trasformazioni prescritte o previste) sono ben diverse a seconda che per territorio si intenda l’una o l’altra delle due ipotesi che ho formulato quella del territorio come contenitore neutro e quella del territorio come patrimonio.</p>
<p>A questo proposito occorre dire che, per il modo in cui in Italia l’urbanistica si è formata, si è partiti dall’urbano, dalla regolamentazione dell’edificazione e dalla sua espansione, quindi partecipando alla prima delle due concezioni. Fino alla legge Galasso del 1985 (tanto per fissare un punto di riferimento) la pianificazione corrente ha largamente trascurato il “non urbanizzato”, la naturalità, l’ambiente, il paesaggio. Grandeggiano perciò le figure dei nostri maestri (come Giovanni Astengo, Luigi Piccinato, Edoardo Detti) che hanno saputo fin dagli anni 60 del secolo scorso, fare della pianificazione uno strumento per la tutela della natura e della storia, dell’ambiente e del paesaggio.</p>
<p><strong>La formazione del cittadino</strong></p>
<p>Riprendendo il tema del rapporto tra urbanistica e società entrerò direttamente (e finalmente!) nel tema del mio intervento: l’urbanistica per la formazione del cittadino. La ragione per cui il cittadino è (dovrebbe essere) vitalmente interessato all’urbanistica è facilmente comprensibile. É attraverso l’urbanistica che il suo habitat viene organizzato, trasformato, gestito.</p>
<p>Solo se comprende il modo in cui queste operazioni vengono effettuate egli si pone nelle condizioni di poter concorrere alla formazione del proprio futuro (almeno, di quella parte del suo futuro che dipende dal suo habitat). Solo se comprende e conosce egli può partecipare alle scelte in cui la pianificazione urbanistica consiste.</p>
<p>Ma il cittadino oggi non è preparato a comprendere la città e le regole della sua trasformazione, perché nulla dell’urbanistica c’è nel suo processo di formazione, quindi nel suo bagaglio culturale. Eppure la conoscenza dell’habitat dell’uomo potrebbe essere uno strumento didattico formidabile per condurre la persona (a cominciare dal bambino e dall’adolescente) a comprendere, a partire dalla sua esistenza e dalle sue esigenze di individuo, le ragioni, le necessità e le opportunità della vita sociale.</p>
<p>Avviano un percorso di conoscenza che vorrei definire “urbanistico” quegli insegnanti delle elementari che cominciano a far descrivere, o a riconoscere su una mappa o un fotopiano, il percorso che il bambino compie dalla sua abitazione alla scuola, o al luogo dove gioca o dove incontra gli amici, e al luogo dove accompagna il genitore a comprare o a curarsi, e così via. Non credo che siano molti quelli che adoperano simili strumenti di lavoro, e ancora meno quelli che lo preseguono fino agli aspetti più riccjhi e completi della vita sociale urbana.</p>
<p><strong>I canali della partecipazione</strong></p>
<p>Forse tentano, tardivamente, un simile percorso conoscitivo quegli adulti che si organizzano per protestare contro scelte urbanistiche sbagliate che incidono sulla loro vita e quella dei loro vicini, e quindi avviano una protesta e promuovono un conflitto per partecipare alle decisioni sul territorio.</p>
<p>Ma dobbiamo domandarci allora – passando dal cittadino all’istituzione &#8211; quali spazi la pianificazione urbanistica offra alla partecipazione. Nell’urbanistica italiana rivisitata dopo la Liberazione erano previsti due canali.</p>
<p>Il primo era quello diretto, pensato soprattutto per il cittadino direttamente interessato: è l’istituto dela “osservazione”, un documento con il quale il cittadino può esprimere la sua critica e la sua proposta di correzione al piano prima che questo sia definitivamente approvato. Il secondo canale è rappresentato dal percorso cittadino&gt;partito&gt;elezione&gt;comune (più generalmente, istituto della Repubblica).</p>
<p>Oggi il primo canale è considerato del tutto insufficiente a garantire una partecipazione significativa della cittadinanza alle scelte. Il secondo canale è reso difficilmente praticabile a causa di tre circostanze:<br />
1) perché i partiti hanno perso credibilità, e quindi non sono più considerati espressione adeguata dei gruppi sociali;<br />
2) perché all’interno dell’ordinamento delle istituzioni si sono affermati l’esautoramento degli organi collegiali, quindi pluralistici e una governante nella quale l’istituto è rappresentato solo dal suo vertice e gli altri interessi coinvolti sono quelli legati alle rendite;<br />
3) perché la cultura dei partiti ha largamente abbandonato l’attenzione al territorio, e in prevalenza lo considera come un mero strumento per lo “sviluppo economico” (uno sviluppo economico dal quale è scomparsa la critica alla rendita e non è entrata la consapevolezza dei limiti del pianeta).</p>
<p><strong>Il paradosso italiano</strong></p>
<p>Che il ceto politico italiano abbia completamente trascurato le questioni della città e del territorio mi sembra un fatto assolutamente paradossale. In un mondo dominato, piaccia o non piaccia, dalla concorrenza, l’Italia ha un immenso patrimonio da mettere in gioco.</p>
<p>Pensiamo alle sue città e ai suoi paesi, ai centri storici e ai quartieri antichi e ai borghi disseminati nelle campagne, pensiamo alla loro bellezza, alla ricchezza dei beni che conservano ed esprimono, all’eccezionale insegnamento che offrono. E pensiamo ai paesaggi, alla loro varietà e alla loro bellezza, alle testimonianze dell’incontro tra natura e storia che in ogni luogo rivelano.</p>
<p>Nonostante le immani distruzioni che stiamo compiendo da mezzo secolo a questa parte mi sembra che ci sia ancora una ricchezza immensa, unica al mondo.</p>
<p>Che io sappia, negli ultimi decenni un suolo uomo di governo è riuscito a comprendere che questa ricchezza doveva essere tutelata per oggi e per domani e ad agire coerentemente ed efficacemente per farlo, raggiungendo risultati significativi. Finché le espressioni della politica miope e di quella rapace non lo hanno sconfitto. Mi riferisco a Renato Soru, già presidente della Regione Sardegna.</p>
<p><strong>Il canale del conflitto</strong></p>
<p>Oltre l’istituto delle “osservazioni”, oltre la politica dei partiti si è aperto un nuovo canale tra i cittadini e il governo del territorio: quello del conflitto. Di un conflitto diffuso sul territorio, generato da gruppi, comitati, movimenti che spesso partono da sollecitazioni anguste (espresse dall’acronimo Nimby), ma promuovono azioni che tendono ad allargarsi, a connettersi con altri gruppi e movimenti, a passare dalla critica degli effetti alla consapevolezza delle cause.</p>
<p>Sono centinaia e forse migliaia le iniziative che partono dalla difesa di uno spazio pubblico, o dall’opposizione a un intervento inquinante, o dalla protesta per un processo di espulsione dalle case e dai quartieri, o dallo scempio di un paesaggio amato.</p>
<p>Gli esempi più significativi e rilevanti mi sembrano quello della Rete toscana dei comitati per la difesa del territorio, il cui promotore e portavoce è Alberto Asor Rosa, e il movimento Stop al consumo di territorio, che è partito dalle valli dell’Astigiano e del Cuneese e si è sviluppato in molte regioni.</p>
<p>Ma io collegherei questi movimenti a quelli che esprimono altre tensioni e altre sofferenze, che protestano per altri soprusi che minacciano beni e diritti pubblici: come l’Onda che si è sollevata nella scuola contro la privatizzazione, come il movimento contro la privatizzazione dell’acqua, e come i movimenti per i diritti del lavoro, e per quelli delle minoranze e delle maggioranze misconosciute, come le donne.</p>
<p>Forse è da qui che riparte la politica. Se politica non è solo quelle che si esprime con i partiti, ma è una dimensione della vita dell’uomo sociale. Una dimensione che nasce dalla percezione di un limite, di un’ingiustizia, di un torto subito o minacciato; che si sviluppa nella constatazione che quel limite, ingiustizia, torto colpisce anche altri; che si espande nella ricerca delle cause, delle connessioni con altre situazioni simili, che si interroga sui rimedi possibili.</p>
<p>Ecco che piano piano può trasformarsi – attraverso il dibattito pubblico, il confronto, il conflitto – in partecipazione dialettica al governo della cosa pubblica: in politica nel senso più ampio e più compiuto del termine.</p>
<p>Sottolinea come questo sia un problema (e una speranza) per oggi l’insigne costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. In una recente occasione ha affermato che oggi “la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino ‘visioni del mondo’, che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica”. E ha proseguito ricordando le “tante organizzazioni che operano spesso ignorate e sconosciute, le une alle altre”, ed dichiarando, con l’autorità che gli viene dal ruolo che ha esercitato, che “la formula di democrazia politica che la Costituzione disegna è per loro”, è per “le associazioni che operano per la promozione della cultura politica e quelle che lavorano nei più diversi campi della vita sociale” e che“la sua difesa è nell’interesse comune”[5].</p>
<p><strong>Ricostituire l’unità del campo</strong></p>
<p>Ho sostenuto, all’inizio di questo intervento, che l&#8217;urbanistica è un mestiere finalizzata all’agire su una realtà complessa. La complessità del campo in cui agisce l’urbanistica impone la collaborazione con altri saperi, nei campi sia delle scienze positive che di quelle umanistiche. Perciò, oggi, contribuisce pesantemente alla crisi dell’urbanistica la segregazione dei saperi ciascuno nel proprio campo e nel proprio settore.Perciò anche il nostro mestiere patisce la “subordinazione agli imperativi della competizione economica, che emargina le culture umanistiche, esalta i saperi strumentali, che divide la scienza in discipline sempre più separate e in comunicanti”, e produce “una conoscenza sempre meno capace di cogliere quella verità che soggiace alle minacce che ci sovrastano: la complessa indivisibilità del vivente”.</p>
<p>Occorre essere consapevoli che la segregazione dei saperi è funzionale all’ideologia dominante. Se non ci vergogniamo di adoperare parole quali quelle che sto adoperando, oggi l’intellettuale può ritrovare un proprio ruolo non servile se pone il suo sapere al servizio della contro-ideologia, là dove questa si manifesta. Deve essere capace di indicare le alternative possibili fuori da quelle fornite dal pensiero dominante. Con un’altra consapevolezza ancora: quella che nessuno dei saperi nei quali si è articolato e suddiviso e frammentato il campo della conoscenza è di per sé sufficiente di comprendere e di indicare.</p>
<p>Lemontey scriveva:</p>
<p>“Noi restiamo colpiti da ammirazione al vedere tra gli antichi lo stesso personaggio essere al tempo stesso, e in grado eminente, filosofo, poeta, oratore, storico, sacerdote, amministratore, generale di esercito. I nostri spiriti si smarriscono alla vista di un campo così vasto. Ognuno ai giorni nostri pianta la sua siepe e si chiude nel suo recinto. Ignoro se con questa sorta di ritaglio il campo si ingrandisce, ma so bene che l’uomo si rimpicciolisce”[6].</p>
<p>Nessun sapiente potrà, da solo, eguagliare oggi quelli che, sul finire del XVIII secolo, colpivano d’ammirazione Lemontey. Possiamo aiutarci a comprendere e ad agire solo se abbattiamo i recinti tra i saperi e lavoriamo insieme.</p>
<p>[1]A. Asor Rosa, <em>Il grande silenzio. Inchiesta sugli intellettuali, a cura di Simonetta Fiori</em>, Laterza, Bari-Roma 2009</p>
<p>[2] P. Bevilacqua, <em>importanza della storia del territorio in italia</em><strong>, </strong>Lezione al Città Territorio Festival, Ferrara, aprile 2008. In eddyburg.it, http://eddyburg.it/article/articleview/11266/0/304/</p>
<p>[3] A. Cederna, <em>Brandelli d’Italia. Come distruggere il Belpaese</em>, Newton Compton, Roma 1991, pp. 44-45</p>
<p>[4] G. Ruffolo, <em>Il carro degli indios,</em> in “Micromega”, n. 3/1986.</p>
<p>[5] G. Zagrebelsky, <em>Democrazia in crisi, società civile anche. «</em>La Repubblica», 7 novembre 2009. Anche in eddyburg.it, http://eddyburg.it/article/articleview/14143/0/351/.</p>
<p>[6] P.-E. Lemontey, citato in K. Marx,<em>Miseria della filosofia</em>, Roma 1948, p. 115</p>
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		<title>L&#8217;urbanista La Cecla: i Metri Cubi Firmati non fanno città</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 00:09:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[I Video]]></category>

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		<description><![CDATA[Un progetto stravecchio: rilanciare la città con migliaia di Metri Cubi Firmati. Così Franco La Cecla sul Piano Botta. L'urbanista-antropologo sprona il Comitato a proporre un'idea diversa di città]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2009/11/la-cecla-sarzana-non-ha-bisogno-di-metri-cubi-firmati/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p><a href="http://www.youtube.com/user/Sarzanachebotta#p/a/u/2/5zRMnKOnMps" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-4308" title="Video_1" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/11/Video_1.jpg" alt="Video_1" width="300" height="194" /></a>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/user/Sarzanachebotta#p/a/u/0/s7QZOlJ46-Q" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-4309" title="Video_2" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/11/Video_2.jpg" alt="Video_2" width="300" height="195" /></a>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/user/Sarzanachebotta#p/a/u/1/aB1qpSFcygI" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-4310" title="Video_3" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/11/Video_3.jpg" alt="Video_3" width="300" height="195" /></a></p>
<p>Negli ultimi anni si è elaborata una strategia a livello europeo, per i piccoli centri, di rilancio dell&#8217;immagine.</p>
<p>Sarzana è dentro a questa idea, che si definisce branding (creazione, gestione e sviluppo di una marca, ndr): grazie anche  al Festival della Mente, il suo nome si sta posizionando molto bene nelle “classifiche”.</p>
<p>Attenzione però. In questo discorso valgono molto le qualità intrinseche di un luogo: la città attrae se è piacevole, vivibile, offre quello che la gente continua a cercare in un posto come Sarzana (passeggiare, intrattenere relazioni faccia a faccia con le altre persone, godere della fruizione di un&#8217;estetica all&#8217;italiana, solare).</p>
<p>Questa è una via di sviluppo italiana molto interessante: se c&#8217;è un Futuro per le piccole e medie città italiane è il turismo culturale.</p>
<p>In questo senso il progetto proposto da Botta è stravecchio: un luogo come Sarzana non può essere rilanciato con un discorso di metri cubi, o con un discorso di Metri Cubi Firmati.</p>
<p>Se qualcuno dall&#8217;esterno vuol venire a vivere a Sarzana non viene certo in un posto del genere.</p>
<p>Tutti questi appartamenti, chi dovrebbero attirare? Potrebbero diventare un immenso Ikea attaccato a Sarzana, un immenso shopping center. Ma anche lì attenzione: è in atto una grossa crisi anche per questo tipo di strutture.</p>
<p>Però&#8230; se si riesce a bloccare questo progetto, resterà il problema di fare un progetto su Sarzana. E&#8217; importante che il comitato non sia un gruppo di resistenza, ma un comitato che ha una sua idea diversa della città.</p>
<p>Non c&#8217;è bisogno di militanza, c&#8217;è bisogno di professionalità.</p>
<p>Ecco, un problema di questo piano è che manca di professionalità, manca di ciò di cui un professionista dovrebbe tener conto. E&#8217; UN PROGETTO FATTO MALE.</p>
<p>Pertanto il comitato deve cercare di proporsi come soggetto semiprofessionale, o comunque incaricare dei professionisti di fare qualcosa di alternativo e di più appropriato per Sarzana.</p>
<p>Il concetto di contrapposizione può essere controproducente: vi possono sempre accusare di essere contro il futuro, contro il progresso, contro il miglioramento della città.</p>
<p>Le cose non si fanno più con la contrapposizione; in questo senso il comune ha dimostrato scarsa intelligenza, non recependo la vostra presenza. Dimostratevi più avanti del Comune, costituendovi in soggetto propositivo.</p>
<p>A Botta questa cosa può servire per tenere in piedi lo studio di 316 persone, ma non ne può ricavare una pessima figura. Se il dibattito continua, non potrà non tirarsi indietro.</p>
<p>Questa cosa è datata, non porta nulla neanche dal punto di vista architettonico, è un dèja-vu. E questo è tragico: il fatto che gli architetti non trovino il tempo di fare qualcosa di diverso dal trito e ritrito. Botta poteva almeno mandare qualche suo scagnozzo a dare un&#8217;occhiata, invece lui stesso c&#8217;è   venuto forse una volta.</p>
<p>Poi c&#8217;è la cubatura: questo è un tipico progetto immobiliare. L&#8217;Italia è l&#8217;unico paese a non avere una facoltà dove si impara ad essere immobiliaristi, a capire che questo è un mestiere che bisogna fare bene. Guadagnarci è giusto, ma con la consapevolezza che occorre fare cose di qualità. I metri cubi si svalutano a meno che non siano costruiti con senso ecologico, sostenibile, secondo una vera estetica.</p>
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		<title>&#8220;Piano casa&#8221; in Regione, premiati gli abusi</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 17:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il comitato</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Autorevoli pareri]]></category>
		<category><![CDATA[Dai quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Scritti del Comitato]]></category>

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		<description><![CDATA[Mercoledì la Regione approva il Piano Casa con un accordo destra-sinistra. Concessi incrementi di volume del 60 per cento anche nelle zone di pregio paesistico. I "premi" estesi alle case abusive. Ovviamente in nome della crisi!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2009/10/primo-piano-sansa-e-preve-tecce-2/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div><p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/10/trenette-e-mattoni.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-3865" title="trenette e mattoni" src="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/10/trenette-e-mattoni-150x144.jpg" alt="trenette e mattoni" width="150" height="144" /></a></p>
<p>di <strong>Carlo Ruocco</strong></p>
<p>L&#8217;appuntamento è per mercoledì 28. Il consiglio regionale della Liguria approva il &#8220;Piano Casa&#8221;, una legge che consente di ampliare le abitazioni monofamiliari e bifamiliari. Più piccola è la costruzione, più grande l&#8217;incremento concesso. Un premio ai proprietari di seconde case che hanno saccheggiato negli anni scorsi i rustici collinari prospicenti il mare, commettendo abusi.E già, perché con un emendamento proposto dal consigliere regionale del PD Cola, la possibilità di aumentare i volumi fino al 60 per cento si estende anche agli edifici abusivi, condonati e non.</p>
<p>In una regione che detiene il record italiano di abitazioni vuote per abitante con <strong>65 mila</strong> case inutilizzate, che vive sulla bellezza del suo paesaggio naturale, l&#8217;amministrazione di centro sinistra, in accordo con l&#8217;opposizione di centrodestra, si accinge a varare quello che il capogruppo del PD in commissione ambiente al Senato, Roberto Della Seta, ha definito come il peggior Piano casa d&#8217;Italia.</p>
<p>Non c&#8217;è da meravigliarsi. Negli ultimi dieci anni sotto i governatori Biasotti (centrodestra) e Burlando (centrosinistra) sono stati autorizzati <strong>3 milioni di metri cubi </strong>di costruzioni. Come se si fosse costruita una muraglia larga un metro e alta dieci metri da Sarzana a Ventimiglia. Ora quella muraglia di cemento verrà incrementata col Piano Casa. Sono previste possibilità di ampliamento che vanno dal 10 per cento per chi possiede case da mille metri cubi (una villa da 300 mq) al 60 per cento (c&#8217;è chi calcola addirittura del  75 %) per chi demolisce e ricostruisce un edificio fatiscente inferiore ai 150 mc (un rustico da 50 mq, cioè una seconda casa).<br />
Non vengono risparmiati neppure i Parchi, né le zone di pregio paesistico (Ani-Ma).</p>
<p>E c&#8217;è una proposta di concedere ampliamenti del 20 per cento anche a capannoni industriali, artigianali e agricoli, indipendentemente dalla loro collocazione. Ovviamente dietro lo scudo della crisi economica.<br />
Ben oltre il Piano casa proposto e poi ritirato dal governo Berlusconi, piano che il governatore Burlando aveva definito foriero di &#8220;eccessi inaccettabili&#8221;. Appunto!<br />
L&#8217;assessore regionale all&#8217;urbanistica Ruggeri (PD) parla di un provvedimento volto all&#8217;equità sociale, perché prevede aumenti di volume più grandi per le abitazioni più piccole, facendo finta di dimenticare che la Liguria è terra di seconde e terze case. Ruggeri classifica il giudizio del suo collega di partito Della Seta come &#8220;esagerazioni&#8221;.</p>
<p>La legge regionale viene varata senza alcuna Valutazione Ambientale Strategica, senza alcuna partecipazione dei cittadini e con scarsissima informazione. Gli unici articoli vanno ascritti a merito dei giornalisti che li hanno redatti. Uno di loro, Marco Preve, sarà domani, sabato 24, a Sarzana al Centro Barontini alle ore 16 al convegno di Italia Nostra sui &#8220;Paesaggi sensibili&#8221;.<br />
In Lombardia (governata dal centrodestra) per il mancato ricorso alla VAS Legambiente ha deciso di ricorrere alla Corte di giustizia europea.</p>
<p>E&#8217; partita una mobilitazione, lanciata dalla Casa della legalità, volta a chiedere ai rappresentanti dei cittadini che siedono in Regione di fermarsi a riflettere e a confrontarsi.</p>
<p><strong>Per chi vuole approfondire </strong>e farsi un&#8217;autonoma opinione, riportiamo qui alcuni articoli, il Progetto di Legge con gli emendamenti concordati in commissione, le Osservazioni di Legambiente.</p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/10/pianocasa_liguria_sansa-e-preve.pdf" target="_blank">Qui l&#8217;articolo di Sansa e Preve</a></p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/10/cemento-nel-deserto.pdf" target="_blank">Qui l&#8217;articolo di Giglioli e Tecce</a></p>
<p><a href="http://www.genovaweb.org/doc/piano_casa_liguria.pdf" target="_blank">Qui il DDL Piano Casa</a></p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/10/Legambiente-Osservazioni-DDL-476-Piano-Casa.pdf" target="_blank">Qui le Osservazioni di Legambiente al DDL 479 della Regione Liguria</a></p>
<p><a href="http://preve.blogautore.repubblica.it/2009/10/20/nel-pd-ce-una-lobby-del-cemento/" target="_blank">Qui il link all&#8217;articolo sul blog di Preve</a></p>
<p><a href="http://www.sarzanachebotta.org/wp-content/uploads/2009/10/pianocasa_liguria_60percento_secoloxix.pdf" target="_blank">Qui l&#8217;articolo apparso sul Secolo XIX</a></p>
<div class='wpfblike' style='height: 40px;'><fb:like href='http://www.sarzanachebotta.org/2009/10/primo-piano-sansa-e-preve-tecce-2/' layout='default' show_faces='false' send='true' width='400' action='like' colorscheme='light' /></div>]]></content:encoded>
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